Nel triangolo formato da Via Bacaredda, S. Alenixedda e Cao di S. Marco
Conservatorio, nuovo Auditorium, nuovo Teatro civico
Entro pochi anni Cagliari avrà il più bel centro musicale e teatrale d’Italia. Mimetizzata al riparo di robuste mura di cinta, sta sorgendo infatti a pochi passi da via Dante una vera e propria cittadella artistica, che racchiuderà, nella grande area compresa tra via Bacaredda, via S.Alenixedda e via Cao di S. Marco, il nuovo teatro civico, il conservatorio di musica Pierluigi da Palestrina, già operante, e il nuovo Auditorium musicale annesso. Nell’immediato futuro, quindi, tutte le attività musicali e teatrali saranno raggruppate in questa vasta zona, con le attrezzature e le soluzioni tecniche più moderne, con una programmazione e uno svolgimento razionali dell’attività, che dovrebbero coincidere con una crescita netta delle attività stesse.
Che i contorni di questa affascinante idea assumano la fisionomia definitiva e che la “cittadella” possa cominciare ad operare dipende soprattutto dal completamento della terza struttura edilizia prevista, il nuovo teatro comunale, dato che il Conservatorio è già operante e che il nuovo Auditorium lo sarà a partire dall’autunno dell’anno prossimo.
Proprio il teatro comunale, invece, è in forte ritardo.
Cagliari aspetta da trent’anni. Un teatro che si chiama desiderio. La foto che pubblichiamo non tragga, infatti, in inganno. Questa mostra, sì, delle strutture murarie già imponenti; e sappiamo che il rustico sarà pronto fra 4-5 mesi. Ma il grosso verrà dopo, quando per compiere le più difficili e impegnative opere di rifinitura occorreranno alcuni miliardi che al momento attuale non ci sono. Non solo, ma al ritardo si accoppierebbe un altro gravissimo danno, quello che arrecherebbero gli agenti atmosferici e quelli da incuria ad una costruzione che verrebbe abbandonata a se stessa, essendo stata lasciata a metà.
Il problema del nuovo teatro civico sarebbe quindi di natura finanziaria. Il costo iniziale previsto era di 2 miliardi e 800 milioni. Ora si parla di 6 miliardi, ma potrebbero essere di più. Finora, se i nostri dati sono esatti, si sono spesi circa un miliardo e 370 milioni: 470 li aveva dati lo Stato come riparazione dei danni di guerra arrecati al vecchio teatro civico, 900 li ha dati il Comune in questi anni (400 gravano con un mutuo sul bilancio del ’74). occorrono quindi oltre 4 miliardi e mezzo circa. Se non si trovano, i lavori dovranno essere interrotti.
Si troveranno? Gli ambienti comunali maggiormente interessati a riguardo sembrano decisamente pessimisti. Si fa rilevare che il problema è di grosse dimensioni, che con la svalutazione i costi sono saliti enormemente, che premono sull’amministrazione comunale ben più importanti problemi, che al momento attuale, ad un esame approssimativo delle prospettive, non si potrebbero garantire più di 300-400 milioni l’anno, e si conclude che il teatro molto difficilmente sarà finito prima di cinque anni, ad essere ottimisti. Sono però notizie che richiedono una conferma riferita alla conclusione, col rustico, della prima parte.
È chiaro che, stando così le cose, il teatro verrebbe terminato assai tardi e subentrerebbero tutti quei problemi legati alla deperibilità di un edificio non terminato ai quali accennavamo all’inizio. Occorre quindi imboccare altre strade. Di questa necessità bisogna che si convincano gli amministratori.
Il problema del teatro comunale, cioè, non è soltanto un problema finanziario. Le difficoltà di ordine finanziario sono obiettive, nessuno lo nega. Ma è altrettanto evidente che finché un problema così vasto, che dovrebbe interessare migliaia e migliaia di persone e numerose forze sociali, viene trattato nel chiuso del Palazzo civico di via Roma, sarà molto difficile che emergano ipotesi e soluzioni nuove.
Innanzitutto, perché pensare sempre e soltanto all’amministrazione comunale allorché si pensa al finanziamento della spesa? Il nuovo teatro comunale, a nostro parere, non potrà non avere respiro regionale. Più che legittimo pensare quindi ad un intervento della Regione. Non si capisce davvero perché la Regione non dovrebbe intervenire nella realizzazione di un’opera di interesse così marcato ai fini della rinascita culturale della Sardegna. O forse che i soldi per la seconda rinascita non riguardano i fatti culturali? In secondo luogo – e sottolineiamo trattarsi soprattutto di un problema di volontà e fantasia- perché non far intervenire lo stato? Lo stato è intervenuto recentemente con un contributo di 3 miliardi e 500 milioni, suddivisi in sette esercizi finanziari, nella ricostruzione del teatro civico Regina Margherita di Genova. È un precedente da far valere. Ed ancora. In occasione di un dibattito apertosi circa l’opportunità di abbattere del tutto i muri perimetrali ancora in piedi del vecchio civico di Castello, per farvi un parcheggio per automobili, dibattito in cui si sono levate anche voci favorevoli ad una ricostruzione del Civico nello stesso luogo e con le stesse caratteristiche, lo studioso Della Maria ha proposto la costituzione di una società per azioni.
Con soluzioni di questo tipo sono riuscite a sorgere in Italia intere università, come a Verona. La proposta, oltre a costituire un’ipotesi che ha tutti i diritti di collocarsi accanto alle altre soluzioni finanziarie che abbiamo enunciato, rappresenta un esempio dei risultati che si possono ottenere coinvolgendo la cittadinanza nel problema. È un problema di volontà e di fantasia, ripetiamo. Soprattutto di volontà. Finora i trent’anni trascorsi senza un teatro della comunità dimostrano ampiamente che questa volontà non c’è stata…
Giudizio negativo che deve tener conto, certo, della quindicina d’anni impiegati a ricostruire materialmente la città, a procacciarsi soprattutto le cose “esteriori”: un fenomeno nazionale, che ha trovato un’eco puntuale nella nostra isola. Ma è un giudizio negativo giustificato dalla assoluta insensibilità dimostrata dalla classe dirigente allorché negli anni ’60 e ’70 molte cose sono cambiate, alcuni modelli di vita, dopo l’ubriacatura consumistica, sono stati messi sotto accusa e sono affiorate esigenze di partecipazione sempre più pressanti.
È così successo che anche una cosa così vistosamente esteriore come un teatro non sia stata ricostruita per trent’anni. È così successo che al posto dell’altro teatro civico di Cagliari fu costruito un albergo. È così successo che a Nuoro, per volgere lo sguardo alle dimensioni anche regionali della negligenza culturale dei politici, si è addirittura abbattuto un teatro, l’Ariston, per far sorgere al suo posto un supermarket.
Ed è successo anche che, sempre a livello regionale, si sia dato vita a fenomeni di colonialismo culturale: emersi dall’inattività, privi di conoscenze e di fantasia, si è finito col fare le cose più facili, gli “affari”, anche nel campo culturale, offrendo milioni ad esempio a compagnie teatrali del “continente” per evasive rassegne di prosa.
Tutti fatti tanto più colpevoli se si raffrontano con il sorgere di energie locali, di iniziative dal basso, e con tutto il clima di partecipazione risalente dal mondo dei giovani e dei lavoratori. Il problema del teatro comunale, e di tutte le sue difficoltà, è ora il banco di prova del nuovo spirito che sembra animare la classe dirigente all’indomani di fatti politici determinanti, che hanno fatto emergere l’ansia di partecipazione fino al punto in cui essa chiede improrogabilmente gli strumenti adatti per esprimersi.
Tuttoquotidiano, 1 agosto 1974