Maria Carta: serenità e coscienza di una donna sarda
Maria Carta fa un film, Maria Carta va a cantare in Russia, Maria Carta partecipa a un festival mondiale del folclore, Maria Carta pubblica poesie. Novità che l’affermata cantante di Siligo affida al primo numero zero di Tuttoquotidiano. E qui accanto potete leggere una delle poesie raccolte nel volume di imminente uscita, affidata in anteprima al giornale.
Dai fatti concreti che più avanti racconteremo emerge un profilo di donna e di artista che va al di là dello stereotipato modello al quale siamo abituati per questo come per altri personaggi del mondo dello spettacolo, ritrattini di comodo dei quali spesso, purtroppo, lo stesso giornalista è stanco confezionatore. La gente ormai ha bisogno d’altro. In fondo, cerchiamo tutti non ritratti di artisti o di personaggi, ma di uomini e di persone concrete, che ci rimandino un’immagine della nostra stessa perduta identità umana.
Nel caso di Maria Carta, i successi artistici servono per capire la donna, il suo bisogno di serenità e di completezza. Menzionarne l’importanza significa capire, per contrapposto, il significato di una vita quieta, casalinga. Senza questo rapporto non si capirebbe come lo stirare, il cucinare, fare la spesa sia scelta diversa da quella imposta a tante rassegnate casalinghe.
E allora diciamo che il primo film di Maria Carta è un film importante, si tratta del Padrino 2, diretto da Frank Coppola ed interpretato da Al Pacino. Sosterrà il ruolo, tutta la sequenza iniziale, di una donna siciliana madre del protagonista. E la tournée In Russia (dal 28 maggio al 6 giugno), con concerti al Bolscioj Di Mosca, a Leningrado e in Armenia, è di solito il punto di arrivo di un’artista, specie se si tratta di una cantante folk, così come la partecipazione ad un Festival mondiale del folklore (Campione, 28 giugno) in compagnia di soli altri otto rappresentanti degli altri paesi. Quanto al libro di poesie (Canto rituale il titolo provvisorio), proprio quello, altro fatto nuovo importante, ci introduce nella sfera privata della cantante.
È facile immaginare che la “ricerca del tempo perduto”, anche se di un tempo fatto di miseria e di stenti, che emerge da queste poesie che ci è dato leggere per primi, sia il motivo conduttore di tutta la raccolta, frutto di tre anni di lavoro. Ma La Sardegna, la miseria, il silenzio di una gente sfortunata ma fiera, Maria carta non li lascia sulla pagina, se li porta dietro sempre negli spettacoli. All’emigrante-artista, è permesso pensare, anzi l’artista-emigrante ha il dovere di ricordare, per mantenere accesa la fiammella dell’indignazione.
Dell’amarezza dolce-amara che prova quando canta lontano dalla Sardegna ci parla quando le chiediamo se vuole affidare al giornale qualche sfogo, qualche amarezza, appunto. «Cantare per due ore, in sardo (quanti soldi guadagnerei se incidessi in italiano), di fronte a 2500 persone, come è successo giorni fa a Roma al teatro-circo, significa impegnarsi allo spasimo e soffrire per riuscire a dare agli altri sensazioni e mondi a loro sconosciuti: è difficile, e solo soffrendo, ricreando in me quel mondo, posso riuscirci».
«Che valore ha avuto l’esperienza teatrale fatta con la Medea diretta da Enriquez?»
«Mi ha fatto vedere le cose in una dimensione diversa, più profonda, col teatro, e si impara a dialogare veramente col pubblico».
«Che cosa è per lei il successo?»
«E l’accettazione da parte del pubblico della cultura che porto in giro. Io amo questo lavoro perché la Sardegna mi manca e sento il bisogno di viverla sempre. L’altro successo, quello delle ville, delle barche, delle pellicce e dei gioielli non mi interessa. Anzi mi piace stare il più possibile in casa».
«Com’è la sua giornata?»
«Normalmente mi sveglio sempre presto, anche se la notte precedente ho fatto tardi, sbrigo le faccende di casa, faccio la spesa, cucino, tutto tranquillo, insomma, solo che dedico sempre alcune ore allo studio; dopo cena, poi frequento sempre cinema e teatri».
«Questa intervista esce su un giornale quasi tutto sportivo. Lei fa sport?»
Una risata scrosciante:
«Vi devo deludere, non ne facevo nemmeno da ragazza; ed invece oggi le ragazze vi si dedicano moltissimo, alcune fanno persino calcio e baseball, io ci andrei piano con questo femminismo che imita in tutto l’uomo…».
«E le vacanze, come le trascorre abitualmente?»
«Odio le vacanze, il non fare niente programmato che porta alla noia perché non si riposa e non si lavora; questa estate la passerò in casa a studiare un pezzo nuovo molto difficile, un’Ave mama e Deu, canto gregoriano appena scoperto. A me piace stare in casa, ripeto, come mi piace andare in filobus; detesto invece fare lunghi viaggi».
«Che cos’è la casa per lei?»
«Il luogo della serenità, dove lavorando con le mani, facendo piccole cose, ritrovo me stessa».
«Come sono i sardi del continente?»
«Più uomini, perché si risvegliano in loro le emozioni. Ricorda non solo le persone che hanno lasciato ma anche le pietre».
«E la donna sarda?»
«È molto intelligente. E non è vero che sottomessa. Lo è se lo crede giusto, altrimenti no. E può anche ribellarsi, come fece Grazia Deledda».
Tuttoquotidiano, 12 maggio 1974
Al commiato ci regala una poesia tratta da Canto rituale, la sua raccolta di poesie.
Mio padreCanto ancora
questa vecchia canzone
che mio padre cantava
e gli ridevano gli occhi.
Sento nella memoria
la sua voce
nei campi di sole
nelle notti gelate
tornava cantando e mi scaldava il cuore.
Eravamo poveri
a gennaio la miseria
implorava nel vento
e mio padre non sapeva
come farci vivere.
Il giorno del santo
la levò in alto e mandò un urlo terribile.
Padre, qualche volta
ti vedo nei sogni
stai sempre ad un bivio
e mi mostri la strada.
Ed ora un caso in cui sono altri a venire da noi e non noi da loro. Un giorno di maggio del ’76 ricevo in redazione alcuni rappresentanti della resistenza al regime franchista ancora al potere in Spagna, trascorsi oltre vent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.