Sono sempre più frequenti le messe in scena di opere di autore italiano. Ma mentre alcuni anni fa questi autori appartenevano prevalentemente alla schiera degli scrittori citati in ogni storia del teatro e della letteratura italiana, oggi sono autori nuovi, che scrivono non solo opere originali proprie ma anche rifacimenti, adattamenti di opere altrui. Questo indirizzo contrasta un fenomeno presente non solo nella cultura teatrale ma in tutti gli altri settori della nostra vita culturale l’esotismo, l’accoglienza acritica e supina di tutto quanto ci provenga d’oltre frontiera; nemmeno la musica leggera, settore nel quale l’Italia fino a qualche decennio fa “esportava”, è esente da questo vizio. Da un punto di vista contenutistico, colma poi il divario tra popolo e classe intellettuale, altro male cronico della nostra cultura. Vengano finalmente sul palcoscenico figure, sentimenti, valori, linguaggi che riflettano la nostra condizione e la nostra storia! Si era dimostrato insufficiente l’incoraggiamento che il ministero dello spettacolo dava alla produzione nazionale tramite gli incentivi finanziari. Le compagnie teatrali mettevano in scena Rosso di San Secondo, Ruzante, Aretino, Goldoni, Fabbri, Pirandello, Terron, ricevendo più soldi, ma non sempre il pubblico era con loro, né risultava elettrizzato il dibattito teatrale. Le cose andavano ancora peggio per le “novità d’autore italiano”, nomi che duravano spesso il tempo delle poche repliche dello spettacolo. Sarebbe stata però proprio quest’ultima la strada che avrebbe portato al successo la nuova drammaturgia italiana non appena si fossero presentati alcuni fattori favorevoli.
Questi sono stati il nuovo tipo di regista e il nuovo tipo di compagnia teatrale emersi recentemente nel nostro teatro: un regista spregiudicato con i testi che rappresentava, una compagnia desiderosa di sfruttare la dizione “novità italiana” della circolare, maggiormente proiettata verso tematiche nazionali, spesso meridionali, più propensa di prima ad affidare allo scrittore il ruolo di scrittore su commissione, presente peraltro nella storia del teatro.
Eduardo De Filippo e Dario Fo, che scrivono per se stessi, e Giuseppe Patroni Griffi, che ha scritto sempre per una compagnia determinata, sono i primi nomi che ricordiamo come precursori di questa nuova drammaturgia. A contatto con i nuovi registi e le nuove compagnie, calati nell’atmosfera del palcoscenico, Massimo Dursi, Mario Moretti, Natalia Ginzburg, Massimo Castri, Maricla Boggio, Franco Cuomo, Diego Fabbri alle prese con Pavese e Verga, e tanti altri (tra cui lo stesso Giacomo Colli che assieme a Masala ha ridotto per il teatro Quelli dalle labbra bianche), scrivono, riscrivono, adattano storie vecchie e storie nuove mettendo in scena finalmente gli italiani.
La Nuova Sardegna, 6 marzo 1973
dalla rubrica Situazione Teatrale