San Miniato, settembre.
La cattiva fama di cui gode il teatro estivo può giocare dei brutti scherzi, specie ad un osservatore lontano qual è quello sardo. Può fargli accomunare in un generale giudizio negativo tutte le iniziative che in questi mesi la fanno da protagoniste nelle piazze e nei teatri all’aperto (e sono moltissime).
Anche noi, lo confessiamo, eravamo un pochino prevenuti all’inizio di questo breve giro teatrale. Teatro estivo ci sembrava sinonimo di leggerezza, superficialità, sottocultura. Ebbene, la realtà che abbiamo incontrato ci ha dato subito torto. Essa dimostra che il buon teatro lo si può fare anche d’estate, a patto d’avere idee, coraggio e tenacia. Teatro che non poggia solo sulla benevola tolleranza di un pubblico già conquistato in partenza dall’originalità del luogo o della frescura serale (come avvenne, per intenderci, anche da noi la scorsa estate, in occasione di quell’inutile e volgare Epidico di Plauto portato in Sardegna con denaro pubblico), ma che, al contrario, si nutre di ben precise motivazioni estetico-culturali. Del resto, un elemento comune alle due iniziative che ci hanno maggiormente interessato, la “Festa del teatro” di San Miniato e l’”Estate teatrale veronese”, la dice già lunga sulla validità delle due formule. Ed è l’elemento della continuità: la “Festa” sanminiatese compie quest’anno 25 anni, le manifestazioni Veronesi 23.
Il nostro tempo è così avaro di iniziative culturali che vadano al di là del semplice affacciarsi presuntuoso, che ci è sembrato opportuno far conoscere meglio ai nostri lettori queste due, seguirne insieme la storia e insieme studiare le ragioni del loro successo.
Ci fermiamo quindi a San Miniato e prendiamo parte anche noi alla celebrazione delle nozze d’argento tra la graziosa cittadina toscana e le sue “Feste teatrali”. Quest’anno le consuete manifestazioni con le quali l’Istituto del Dramma popolare accompagna gli spettacoli che organizza (conferenze, mostre, concerti, numeri unici, convegni, concorsi ecc.) hanno assunto un tono adeguato all’avvenimento. Abbiamo avuto una vera e propria pubblicazione d’arte che documenta, anno per anno, i 24 spettacoli (con riproduzioni di bozzetti di scena, figurini, costumi, manifesti e recensioni); una mostra retrospettiva con esposizione delle collezioni relative agli spettacoli; ed infine una “giornata degli attori e della gente di teatro” con raduno di tutti i registi, attori, scenografi, musicisti etc. che hanno preso parte alle 24 “Feste”.
La “Festa del teatro” rappresenta ormai, dai tempi del Carducci, la risorsa più prestigiosa, di San Miniato, quella che l’ha fatto largamente conoscere in Italia e fuori.
La sua gente ha sempre praticato l’arte scenica, sin dal sorgere della città nel secolo VIII. “Lirica o tragica, satirica o melodrammatica, la linfa della passione scenica passò copiosa e frequente per il rivoli della città”, sono parole di Antonio Gamucci, scritte per l’occasione in una “Relazione in chiave quasi storica sulla componente teatrale nella vita secolare di una cittadina di provincia”. Lo stesso Santo protettore della città, S. Genesio, usava calcare le scene nel XIII secolo. Un altro elemento rafforza questo binomio teatro-religione: il primo luogo nel quale attori locali calcarono le scene fu il Palazzo del Proposto, divenuto poi Palazzo Vescovile; clero e laici facevano teatro assieme. Fu solo all’inizio del nostro secolo che la lirica soppiantò la prosa nella passione dei sanminiatesi. Le distruzioni degli edifici teatrali del ‘44, parvero poi dare il colpo di grazia al teatro drammatico.
Nel dopoguerra, la gente tornò ad avere voglia di applaudire alle cose generose e belle, di stare insieme, fare assemblea, comunità: insomma di “fare” teatro. Le migliori intelligenze della città, d’altra parte, sentivano urgente la necessità di svegliare le coscienze smarrite, di trovare un farmaco per i mali dai quali erano travagliati gli animi. Nacque allora, precisamente nel luglio del ‘47, assieme all’Istituto del Dramma Popolare, la Festa del teatro. Eternamente, poteva apparire come la semplice ripresa dell’usanza di festeggiare il Santo patrono, perché fu rappresentata un’opera che narrava appunto, la vicenda di Genesio il Santo-attore. E un tale intento certamente nutrirono gli organizzatori, se fu deciso di ripetere ogni anno la manifestazione. Ma se quello poteva essere stato lo spunto, dietro incalzava un disegno preciso e organico, sbocco di numerose esigenze. Innanzitutto, sarebbe stato un teatro fatto all’aperto, nelle piazze tra il pubblico, come festa popolare. Poi avrebbe dovuto essere capace di offrire agli spettatori nuove speranze; quindi, necessariamente un teatro di fede, un teatro religioso, quale “strumento di rieducazione spirituale del nostro popolo in senso cristiano”, secondo le parole di Antonio Gazzini, il primo presidente dell’Istituto del Dramma Popolare. Ma che tipo di teatro cristiano? La risposta fornisce all’idea la precisione e l’originalità tipica dei movimenti controcorrente: si voleva “la resurrezione della parola evangelica, un Vangelo calato nella realtà dolorante ma viva della storia presente”. E dunque “non un teatro apologetico, puramente devozionale ed edificante, ma uno vivo, libero, pronto a sbagliare, a scandalizzare per accertare la verità”.
È facile notare in queste parole una chiusura netta verso quella linea religiosa ortodossa che aveva presentato sino ad allora testi didascaleggianti di un teatro fideistico. Nello stesso tempo, però, l’accettazione di un repertorio “ricco di sentimenti generosi, di acute indagini nelle zone misteriose dell’essere, di ritorni alle origini, alle fonti che hanno sempre abbeverato l’animo umano” consentiva all’Istituto l’apertura verso un teatro genericamente “spiritualista”. Non è da escludere che anche in questo caso una fertile ambiguità abbia procurato il successo ad un’iniziativa. La precisione della linea (e, naturalmente, le resistenze di carattere religioso) portò con sé una difficile scelta delle opere, nonostante che nel dopoguerra il vento spirasse verso tutti gli autori reduci dal lunghissimo ostracismo: ed erano molti. L’affannoso tentativo di recuperare in questo campo il terreno perduto fu un fenomeno tipicamente italiano di quegli anni (proprio allora nasceva il Piccolo Teatro di Milano). Da Questo punto di vista desterà minore sorpresa nel lettore notare che quattro delle 25 opere rappresentate sono di un autore a lungo desiderato sulle scene italiane: il grande Thomas S. Eliot.
Non è possibile fare un esame dettagliato di 24 spettacoli rappresentati sinora. Solo sull’ultimo, quello che ha fatto toccare quest’anno il quarto di secolo all’iniziativa e al quale abbiamo assistito, ci soffermeremo a parte. Per gli altri, ci limiteremo ad un puro elenco, consolandoci all’idea che anche una semplice menzione degli autori valga a far cogliere l’apertura culturale e la complessità di interessi dell’Istituto del Dramma Popolare e a far considerare le “Feste” sanminiatesi specchio fedele di una stagione della storia italiana.
Il primo spettacolo fu, come abbiamo detto, quello che presentava il dramma della conversione e del martirio di Genesio: l’opera era La maschera e la grazia, l’autore Henri Ghéon. Seguirono: Assassinio nella cattedrale di Thomas S. Eliot, Yo, el Rey di Bruno Cicognani, Il poverello di Jacques Copeau, Giovanna e i giudici di Thierry Maulnier, I dialoghi delle carmelitane di Georges Bernanos, L’aiuola bruciata di Ugo Betti, È mezzanotte, dottor Schweitzer di Gilbert Cesbron, Il potere e la gloria di Graham Greene, Veglia d’armi di Diego Fabbri, L’ostaggio di Paul Claudel, J. B. di Archibald Mac Leisch, Il grande statista di Thomas Eliot, Passione di S. Lorenzo di David Turoldo, La guerra dei figli della luce di Moshe Shamir, Miguel Manara di Milosz, Il primogenito di Christopher Fry, Riunione di famiglia di Eliot, Sotto il sole di Satana di Bernanos, Il segretario particolare di Eliot, Il concerto di S. Ovidio di Antonio Vallejo, Querela contro ignoto di Georges Neveux, L’avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone, Il sonno della ragione di Vallejo.
L’Assassinio di Eliot, allestito in una chiesa da Strehler vide passare al servizio dell’iniziativa Armi e bagagli – e quali! – un critico che prima dello spettacolo parlava con apprensione di “allarmante scelta dell’opera”: si chiamava Silvio D’Amico. L’opera di Betti, rappresentata a pochi mesi dalla morte dell’autore, fu resa possibile dalla partecipazione gratuita di tutti allo spettacolo (gravi erano le difficoltà di quell’anno).
Circa quattrocento attori hanno recitato a San Miniato: Foà, Tieri, Santuccio, Buazzelli, Moretti, Carraro, Bosetti, Garrani, Sbragia, Vannucchi, Mauri, Parenti, D’Angelo, Brignone, Falk, Maltagliati, Zareschi, Moriconi, Miserocchi. Tra i registi spiccano i nomi di Strehler, Costa, Salvini, Squarzina, Enriquez, Ferrero, Poli, Quaglio, Giuranna. Tra gli scenografi i nomi di Polidori, Damiani, Luzzati, Pizzi, Scandella, Lotti. Tra tutti questi grandi artisti ci fu chi spiccò il volo verso il successo proprio dall’umile palcoscenico di San Miniato.
Quest’anno, per la venticinquesima “Festa”, di cui parleremo nella prossima nota, l’Istituto ha offerto simile preziosa possibilità addirittura ai due giovani attori autori del testo: gli esordienti Micozzi e Aste.
La Nuova Sardegna, 24 settembre 1971