L’università e il teatro

L’Università e il teatro: un rapporto spinoso, un contatto difficile a stabilirsi. L’Università italiana, con il suo accademismo, i suoi programmi fermi per troppo tempo sui binari morti del nozionismo e dell’astrattezza, non poteva che diffidare del teatro, non riducibile, per le proprie caratteristiche, alla sola sfera dell’autore e del filologo, ma che necessita per vivere di intermediari estranei alle sacre lettere come gli impresari, i registi, gli interpreti.

Oltretutto, come prendere in considerazione un fatto culturale di cui si erano impadroniti “gli altri”, i critici dei giornali e delle riviste specializzate, i non accademici?

Al tirar delle somme, un solo merito si poteva riconoscere all’Università: quello di non aver chiuso completamente la porta al teatro. L’Università lasciava facoltà all’Organismo Rappresentativo Universitario delle varie sedi di istituire vari Organi Tecnici: ecco sorgere quindi prepotentemente, accanto ai Centri Universitari Cinematografici e ai Centri Universitari Sportivi, i Centri Universitari Teatrali. La loro funzione si è dimostrata col tempo indispensabile. Le acque si mossero, qua e là per l’Italia migliaia di giovani scoprirono il teatro ed affinarono, nell’operare febbrile tipico del teatro, gusto e sensibilità.

Scopo statutario del Cut era diffondere il gusto per il teatro. Essi chiedevano a quello scopo l’istituzione di cattedre universitarie di storia del teatro.

Ora, non si può affermare che se finalmente oggi cominciano a spuntare le cattedre di storia del teatro ciò sia dovuto all’opera esclusiva di questi Organi Tecnici dell’Università. Buona parte del merito va anche ai settori più vivi e moderni della nostra cultura universitaria e non, che hanno a lungo dibattuto il problema della crisi del teatro italiano. È una crisi soprattutto di autori e di strutture: il nostro teatro funziona nelle grandi città, con repertori stranieri, con pochi attori, con pochi registi, il tutto all’insegna di un gusto raffinato che tiene al televisore di casa il gran pubblico.

La situazione della provincia? Basta guardarsi attorno qua in Sardegna. Nessun teatro, nessuna scuola di recitazione, nessuna produzione drammatica. In primavera il nostro supplizio di star seduti per alcune ore sulle sedie del “Massimo” vale solo a far guadagnare dei quattrini a chi non ha bisogno alcuno di essere valorizzato e a chi si occupa di abbigliamento femminile da sera. Da quelle poche serate mondane non esce certo valorizzato il teatro di casa nostra, che ha bisogno di ben altro. Di una cattedra di storia del teatro, per esempio. Essa sola può fornire gli strumenti adeguati a chi voglia svolgere il ruolo di protagonista in un’attività teatrale correttamente intesa.

Ebbene, all’Università di Cagliari è stata creata la cattedra di storia del Teatro italiano. È questo un privilegio che gli studenti cagliaritani dividono con pochissimi altri colleghi italiani. Per tutta la cultura sarda la nuova cattedra di teatro assume l’importanza di un punto di riferimento obbligato, date le condizioni desolanti di cui abbiamo detto, e quindi un impegno nuovo, una nuova responsabilità.

Un tale strumento non deve rimanere sterile. Gli autori ricavino da esso vigore ed entusiasmo. E i politici preparino finalmente la nascita del teatro in Sardegna. Una “nascita”, dopotutto, non andrebbe trattata peggio di una “rinascita” … Da tempo l’autonomia regionale avrebbe dovuto costituire anche in questo campo il miglior strumento per risolvere il problema almeno delle strutture di base.

Il prof. Baratto, titolare della cattedra di storia del teatro che alla prima lezione si è visto di fronte non più di dieci allievi, si sarà reso conto più di chiunque altro dei risultati di questa non-politica. Forse avrà sperato, come noi speriamo, in un difetto di informazione.

Questa nuova cattedra avrebbe dovuto trovare un qualcosa che fosse, sì, nato spontaneamente alla radice, ma che fosse poi cresciuto attorno ad un tessuto connettivo pronto a riceverlo. Difettando questo, quel poco che è nato è cresciuto male. Che strutture trovava, a quali modelli poteva ispirarsi? Solo a quello televisivo, evidentemente. Con gli effetti che si possono indovinare. Ma quello che ci preoccupa non è il dilettantismo e il teatro passatempo. Il peggio è l’atteggiamento acritico dei gruppi più preparati; E, ancora, il loro aver razionalizzato un concetto di teatro nato casualmente, perché costruito solo su se stessi, sulle proprie esperienze, sulla propria struttura mentale, qualunque essa fosse; la loro convinzione, con ciò, di possedere veramente la verità; infine, il loro essere andati tanto in là in una certa direzione da disdegnare un vero scambio, un vero contatto. Che gli studenti vadano da loro, piuttosto! Sensibilizzare gli universitari a loro non interessa! Queste affermazioni, espresse da esponenti del Cut, unite al loro atteggiamento complessivo, ci fanno pensare a quanto letto su una rivista culturale. Questa ha fatto un’inchiesta fra i giovani per sapere che cosa rappresentasse per loro la Rivoluzione russa di cinquant’anni fa, ma non l’ha pubblicata; perché, a giudicare dalle loro dichiarazioni, i giovani intervistati non sembravano molto interessati all’argomento.

«Della rivoluzione ci basta conoscerne il significato». Inutile era stato spiegare che il significato di un fatto così complesso è in stretta dipendenza con la conoscenza che se ne ha appunto «quando si conosce l’essenziale, che importa saperne di più?». L’articolista metteva in luce come questo atteggiamento, puramente emotivo, che non richiede verifica e non intende di misurarsi con la realtà storica, che un tempo si sarebbe apparentata all’anarchismo, oggi viene celebrato con questi termini di riferimento: gli hippie, Ginzberg, la rivoluzione psichedelica. L’indifferenza per il passato, la scarsa memoria, quindi l’ignoranza del presente, conclude l’articolista, collocano i giovani d’oggi in un mondo che una volta si attribuiva alle donne, ai ragazzi, e ai primitivi.

Il Centro Universitario Teatrale deve ricevere una scossa benefica dal prezioso fatto nuovo, alla cui luce deve verificare la propria impostazione. Faccia appello all’”universitario” che sta nella sua denominazione e da una parte vada scuola, ora che ne ha la possibilità, dall’altra chiami a sé gli studenti che vogliono completare l’insegnamento nella sede più adatta: sul palcoscenico. Che non si riformi, ora che l’Università ha superato il proprio, un accademismo sull’altra sponda.

La tribuna dell’isola, 1 – 5 dicembre 1967