Un “drago” all’Auditorium

Esistono ancora i curiosi? In verità questi nostri anni così frenetici e distratti sembrano averne ridotto di molto il numero.

Se nella nostra città rimanesse qualcuno e si trovasse a passare in questi giorni presso gli ingressi della Lauc o della Società Umanitaria, avrebbe di che saziarsi: assisterebbe ad una strana processione di giovani di varia età i quali, ad ore diverse e alla spicciolata, infilano frettolosi il portone, tutti con un libretto in mano e con un’espressione accesa e determinata. Sono contenute nel misterioso libriccino le strane parole che alcuni biascicano assorti salendo le scale? È un rito religioso clandestino quello che li attende? Il loro atteggiamento complessivo lo farebbe credere. D’altronde la presenza dell’innocente libriccino escluderebbe l’ipotesi di convegni amorosi illeciti.

In verità, di un rito si tratta; ma non religioso, bensì teatrale. Quel libriccino non è altro che il N. 104 di una diffusa collana economica teatrale. E quei ragazzi sono i ragazzi del Cut.

Il loro andare e venire significa che il Centro Universitario Teatrale sta lavorando intorno ad un nuovo spettacolo.

Si tratta della rappresentazione de Il Drago di E. Schwarz, presentato recentemente a Firenze dal Deutsches Theater della Repubblica Democratica Tedesca per la quarta Rassegna Internazionale dei Teatri Stabili.

L’autore nato in Russia nel 1896 e morto nel ’58, dopo aver lasciato gli studi e aver recitato per alcuni anni, passò ad occuparsi di letteratura per l’infanzia. Il Drago, scritta nel ’43, è l’ultima di una seria di tre commedie che per il filo conduttore sono state raggruppate sotto il comune titolo La trilogia del potere. In quel tempo i “draghi veri” non mancavano: naturale quindi per alcuni vedere nel drago di Schwarz il nazismo, per altri lo stalinismo. Per obiettività occorre notare che, nella patria dell’autore, il dramma, appena comparso, nel ’44, fu subito proibito e solo nel ’62 tornò ad essere rappresentato.

La trama è ricca di elementi fiabeschi.

In una città qualunque di un’epoca qualunque, da quattrocento anni un drago governa dispoticamente la comunità.

Negli abitanti è sopravvenuta l’assuefazione e l’abitudine ai suoi soprusi; hanno adattato se stessi a questa entità umana, così come ci si abitua al clima e alla natura di un certo luogo.

Non meraviglia quindi l’indifferenza e l’ostilità ch’essi manifestano ad un eroe di professione che giunge in città e sfida a duello il drago.

In essi è così radicato ormai il conformismo, così spenta ogni energia morale, da non far riconoscere il sorgere di un nuovo tiranno: il borgomastro della città, infatti, morto il drago in duello e scomparso l’eroe, ben presto diventa il nuovo drago. All’eroe, ritornato, non resta che concludere che occorrerà seguire un’altra via per guarire la città: uccidere il drago in ciascuno degli abitanti.

Reciteranno, nei ruoli principali, Gianni Esposito, Franco Bellisai e Mario Faticoni, gli attori esperti del gruppo, che ogni tanto ascoltiamo anche da Radio Cagliari, Stefania Dragone, la nuova voce femminile rivelatasi recentemente, Tino Petilli che possiede doti di voce non comuni, e Piergiorgio Loy, un giovane che possiede talento, serietà e genuina passione.

La recita si terrà all’Auditorium nei giorni 28-29 e 30 dicembre.

L’opera, dopo ripetute letture, non smette di stupire. È senz’altro da annoverare fra i gioielli della letteratura drammatica degli ultimi decenni. In questo autore convivono felicemente il sereno disincanto del narratore di fiabe e l’amara esperienza del filosofo, conoscitore profondo e generoso dell’animo umano.

All’efficacia letteraria del testo si unisce quella scenica e pure il rapporto col pubblico è felicemente risolto.

I personaggi sono tutti tratteggiati con vigore e capacità fantastica. Per i minori (il gatto, il giardiniere, il carceriere, il liutaio ecc.) c’è da dire che ad essi l’autore rivolge un’attenzione particolare, bonaria, con un’intensa partecipazione umana.

Forse per il solo Lancellotto, s’è attenuto al solito modello dell’eroe cavalleresco: ma era necessario, per il significato finale dell’opera, che Lancellotto fosse il meno ricco di sottigliezze psicologiche, tratteggiato cioè come colui che crede semplicisticamente (da eroe di professione) che basti uccidere il drago per estirpare i mali della comunità.

È un grosso merito del Cut aver scelto questo dramma. Un repertorio ideale dovrebbe comprendere testi così polivalenti, carichi di significati e di stimoli. Senonché, il testo è di difficile esecuzione per il numero di personaggi, per la complessità degli scenari, per alcune scene d’assieme molto complesse. Ed allora sarebbe stato meglio affrontarlo il prossimo anno con tempo e mezzi maggiori? Il programma imponeva una rappresentazione a fine anno, è vero, ma al momento della scelta era disponibile solo un mese e mezzo: un compromesso nella scelta era inevitabile, si doveva, cioè, scegliere un testo di qualità ma non di difficile esecuzione. E non ne mancano. Sarebbe occorso quel pizzico di realismo, quel senso delle proporzioni che invece sembrano difettare in alcuni dirigenti del Cut.

I quali, oltretutto, scambiano semplicemente praticità e facilità per disimpegno e qualunquismo, essendo guidati nelle loro scelte spesso da un criterio troppo angusto, da un’idea di teatro chiusa in confini strettissimi, che non tiene conto di quel che pensa tutta la più vasta comunità universitaria ch’essi rappresentano e che sono chiamati a servire. Quel criterio li porta a rifiutare qualsiasi testo che non rientri in quello stretto vicolo interpretativo in cui si sono cacciati.

Così, tornando al caso nostro, può essere stata decisiva per la scelta del Drago la “lettura” meno valida e meno “poetica” fra le tante che il testo di Schwarz offre: quella semplicistica per cui il drago è il fascismo, il borgomastro è il capitalismo, Lancellotto l’umanità socialista.

Di tutto ciò dibatteremo col Cut stesso in questa rubrica in uno dei nostri prossimi interventi: saremmo veramente felici di poterci ricredere sugli intendimenti da cui si lascia guidare.

 

 

La tribuna dell’isola, 15-31 dicembre 1967

Ci ospita anche il glorioso l’Almanacco di Cagliari diretto da Vittorio Scano. Scrivo nel primo numero del ’68, e in quello del 1970.