Lo stabilimento di Viale La Plaja
La sospensione dell’energia elettrica, che avverrà domani, pone il suggello ad una grave crisi che attanaglia da molti anni la Sem Molini Sardi, il più grande molino della Sardegna.
Domattina l’Enel toglierà l’energia elettrica al grande complesso dei Molini Sem di viale La Plaia. Il provvedimento, di per sé, considerato che lo stabilimento è stato chiuso dai dirigenti dal 1 agosto al 30 settembre, potrebbe essere giudicato consequenziale e scontato, tale da non spendervi molte parole di commento, se non rivelasse, in modo così plateale e drammatico, le dimensioni di una crisi su cui vale la pena di riflettere.
La crisi è quella che investe da anni uno dei più grossi complessi molitori d’Europa. Sorto nel lontano 1905, lo stabilimento si estende oggi su un’area di circa 24.000 metri quadrati situata in pieno centro cittadino, sul viale La Plaia. Ha una potenzialità di lavoro di circa 2.800 quintali di grano giornalieri, ha magazzini e opifici per una superficie di 7.000 metri quadrati, silos per una capienza di 150.000 quintali ed un mangimificio che, con opportune modifiche, potrebbe essere uno dei maggiori dell’isola. Ha anche una grossa cabina di trasformazione di corrente, una officina e un laboratorio di analisi.
Parlando con gli operai e gli impiegati che stanno occupando di fatto lo stabilimento, dopo la chiusura dei giorni scorsi decisa dalla direzione per difficoltà finanziarie dipendenti più da mancanza di volontà politica che da ragioni economicamente interne all’azienda, si rievoca una vicenda lunga e travagliata, esemplare della resistenza che i settori speculativi privati oppongono a quei disegni economici comunitari, di tipo cooperativistico, che sono al servizio esclusivo dei lavoratori e dei consumatori.
I lavoratori hanno accenti di autentico appassionato attaccamento al loro vecchio molino. È lo stesso spirito di corpo che li ha sospinti a istituire in questi giorni di chiusura un servizio di sorveglianza all’interno dello stabilimento, per mantenere viva la presenza dei lavoratori e tutelare l’integrità degli impianti, assumendosi, nei confronti della direzione, la responsabilità di eventuali guasti o incidenti.
Per i lavoratori il molino è stato per molti anni una grande speranza. Vi hanno intravisto non esclusivamente una fonte personale di lavoro, ma soprattutto uno strumento di profonda trasformazione di un vasto settore economico isolano, che abbraccia la produzione del grano, il suo ammasso, la trasformazione, la commercializzazione e il successivo impiego nei pastifici e nei mangimifici.
Le speranze nacquero quando il movimento dei lavoratori operanti in tutti questi settori assecondò e condusse alla vittoria la lotta degli operai del molino tesa a togliere la semoleria al monopolio genovese che l’aveva, non senza meriti, tenuta fino ad allora.
Si era negli anni ’60 e, dopo lunghissime trattative ed un’occupazione, lo stabilimento venne affidato ad una gestione cooperativistica.
Le speranze crebbero allorché nel 1970 il complesso fu acquistato congiuntamente dall’Unione delle cooperative e dalla Lega delle cooperative con un finanziamento della Regione sarda.
L’operazione che costò alla Regione 835 milioni, oltre che garantire il posto di lavoro alle maestranze già occupate, doveva servire da trampolino di lancio per una ben più vasta iniziativa a carattere regionale nel settore cerealicolo, in quanto avrebbe dovuto servire a garantire agli agricoltori un giusto prezzo di acquisto dei loro prodotti, a renderli partecipi degli utili ottenuti dalla loro lavorazione e commercializzazione, svincolandoli finalmente dalla speculazione dei grossi imprenditori privati; a garantire anche agli allevatori il giusto prezzo e la sicurezza delle forniture nelle ricorrenti carestie e calamità varie che affliggono il settore, situazioni delle quali approfittano gli speculatori per alterare sfacciatamente i prezzi dei mangimi.
Tutto questo avrebbe potuto succedere se la Regione non si fosse completamente disinteressata di quello che ormai era diventato un suo patrimonio, rideterminandone così il lento decadimento. Tale disinteresse è stato dimostrato dalla negazione dei necessari capitali d’esercizio. Fatto che ha costretto spesso il molino a lavorare ad un trentesimo delle sue capacità.
A più riprese le rappresentanze sindacali aziendali e i sindacati hanno prospettato alle autorità le crescenti difficoltà in cui si dibatteva la Sem. «Il disimpegno con il quale la giunta ha risposto — scrissero le rappresentanze sindacali in un documento emesso durante l’occupazione del ’74 — sembrerebbe avvalorare l’ipotesi di una manovra orchestrata per riportare lo stabilimento in mani private».
«Le pretese difficoltà finanziarie — dissero ancora in quella occasione — in cui si dibattono gli attuali dirigenti e la conseguente cessazione dell’attività, portano all’assurdo risultato che, nell’attuale momento di totale crisi economica nazionale, un complesso delle dimensioni della Sem, in grado di produrre, a prezzi notevolmente inferiori a quelli di mercato, prodotti di largo consumo e di prima necessità, come farina, semola e mangimi, dai cui derivati (pane, pasta, etc…) la Sardegna è quasi totalmente tributaria delle industrie del continente, in grado di assorbire mano d’opera, in grado di contribuire attivamente e in modo determinante al rilancio del settore agricolo e zootecnico sardo, venga completamente dimenticato dalle autorità politiche interessate, quelle stesse che nel ‘70 avallarono il principio dello sviluppo della cooperazione».
Questa protesta sembra più che mai valida oggi, che lo stabilimento soccombe a tal punto alle difficoltà create dalla cecità politica da piombare, non solo metaforicamente, al buio.
Quando domani i fili della luce saranno tagliati, si toccherà con mano una realtà che forse non tutti avevano colto nella sua intrinseca gravità. Per far funzionare di nuovo il più grande molino della Sardegna, per far sì che il grano che marcisce nei solai degli agricoltori venga insilato nei suoi immensi magazzini, macinato nei suoi laminatori e venduto a pastifici e mangimifici, occorrerà che le forze politiche e sociali, comprese le stesse organizzazioni cooperativistiche, recuperino mobilità e forza politica e la concentrino in un’unica direzione.
Tuttoquotidiano, 10 agosto 1975