Il cinema-concerto iris
Nella stessa area su cui doveva sorgere nel 1931 «La Rinascente» c’era l’«Iris», un Cinema-Concerto tutto in legno, chiamato per questa ragione «su barracconi».
Nicola Valle descrive cos l’Iris: «Esibiva un presuntuoso colonnato con relativo portichetto, dove la sera si accendevano le luci e si sfoggiavano i cartelloni multicolori con l’immagine dei divi e delle dive. Ma era pure luogo di smercio di ceci abbrustoliti, semi di zucca, fave arrostite e persino di ostriche, arselle e altri frutti di mare».
I ricordi di un altro studioso di cose cittadine, il professor Alziator, aggiungono qualche altra pennellata al curioso Cinema-Concerto. «Nel locale, le cui colonne esterne erano di colore grigio, la platea — dice Alziator — era divisa in due: da una parte le poltrone, di velluto rosso, dall’altra delle semplici panche. Il cinema che esisteva sicuramente nel ‘20, era di struttura molto semplice: un unico grande capannone di legno, francamente brutto. Ma la gente sopportava qualsiasi disagio (compresa la rottura frequente della pellicola) e vi si accalcava lo stesso».
Ancor prima degli anni ‘20, al posto de La Rinascente e dell’Iris c’era la stazione del tram a vapore e, adiacente, il telegrafo. Di fronte, la stazione dei tram a cavallo, che portavano ai bagni di Giorgino.
La Rinascente. I ricordi di una capo reparto
Quando viene assunta per formare assieme ai colleghi il primo nucleo degli impiegati e operai della Rinascente, Gioconda Mulas ha 18 anni. «Mia madre faceva la sarta, volevo quindi entrare nel reparto confezioni. Ma i due primi direttori Ceccarelli e Bellettieri mi misero al reparto guanti e borsette. A 21 anni ero capo reparto».
Qual era allora, nel 1931, il mondo di Gioconda e dei giovani che come lei avevano diciotto anni?
Piccolo e grande insieme. Pochi gli ambienti da frequentare, poche le distrazioni, ma vissute, queste, con quell’intensità obbligata che è legata ai piccoli centri di provincia. Il passeggio nell’allora ridente e alberata via Roma (un paio di vasche e tutte contente a casa), il film al cinema Iris (i fratelli Massa facevano passare anche senza biglietto, dicendo che bastavano due bottoncini per entrare: io ci andavo con mio padre ed un fratello maggiore).
E l’inaugurazione? «Erano le 17 di un bel pomeriggio tiepido di primavera» dicono le cronache di allora.
La signora Gioconda lo ricorda così: «C’era gran festa. Arrivarono tutti i dirigenti centrali, con in testa l’amministratore delegato Umberto Brustio e il presidente Borletti (senatore e noto capitano d’industria). Ci fu un gran ricevimento con una gran scorpacciata di dolci al pianterreno. C’erano il prefetto, il sindaco. Tutto il personale della società era in divisa, ma anche gli altri avevano i vestiti migliori. Ci furono molti discorsi…».
Il palazzo l’aveva costruito la Società anonima costruzioni edili sarde, un’impresa della Rinascente, tramite un accordo con Comune che in cambio del terreno chiedeva l’impegno di dare gli appartamenti ai vari commercianti riuniti in un consorzio e di costruire un cinema (il futuro Supercinema), un albergo (il Miramare, poi Excelsior) e il grande magazzino.
La vita interna del grande magazzino — dove all’ultimo piano l’Upim vendeva a prezzi popolari articoli da battaglia — cominciò da allora a scorrere sui binari degli affari che andavano bene e di quel certo prestigio sociale che ne derivava ai dipendenti.
Negli anni ’33-‘34, per la crisi, si fecero forti ribassi. Poi man mano che ci si avvicinava alla guerra, gli affari ripresero.
L’anno 1935 è un anno importante per la signora Mulas. Arriva da Milano l’assistente ai servizi generali Aldo Milo. Tre anni dopo diverrà suo marito. Da allora, vita domestica e giornata lavorativa alla Rinascente si intrecciano e si integrano, fornendo ai coniugi Milo, che abitano in via Roma, degli anni sereni e lieti, costellati da molte “fiere del bianco”, molti veglioni, riunioni tra colleghi. La Rinascente diventa insomma una seconda famiglia.
«I primi colleghi erano tutti continentali — dice la signora — io ero l’unica sarda. Anche chi, come il polano Virgilio Golle, uomo che si faceva amare da tutti e che ha lasciato recentemente la Sardegna per andare a morire nella sua terra, era stato assunto a Milano, finì col tornare a Cagliari e fare tutta la sua carriera qui».
Intanto si alternavano i direttori: Nobili, Cominotti, Donati, Brocchet, Pastore, Braglia, Turno…
La vita privata dei dipendenti della Rinascente fu insomma sempre più intrecciata con quella dell’azienda.
Così quando il palazzo subì i danneggiamenti della guerra, e fu costretto a chiudere, questo stesso fatto venne a caratterizzare profondamente la vita delle famiglie dei dipendenti.
«Nel ‘42 — ricorda la signora Milo — le bombe demolirono parte del quinto e del sesto piano e la parte del pianterreno riservata al cinema. Un anno dopo, nello stesso mese di febbraio, i danni furono tali da costringere alla chiusura e al trasferimento della sede a Seui».
Qui, una parente della signora Gioconda, che aveva alcuni appartamenti vuoti, ne affittò uno alla Rinascente. La merce la portavano su, con mezzi di fortuna, poco alla volta, il marito, il direttore d’allora Nobili, il capo reparto Reviglio, la segretaria Andreina Mais e l’ispettore De Martino, cioè gli unici impiegati e funzionari rimasti.
Del bombardamento del 13 maggio, che diede il colpo di grazia alla funzionalità del palazzo, fa un minuzioso racconto il signor Milo, che insieme al capo reparto Reviglio era giù nel seminterrato, intento ad imballare della merce in partenza per Seui. «Ci salvammo per miracolo — dice — Il seminterrato fu invaso dall’acqua, che quasi ci sommerse. Era stato colpito il grande cassone d’acqua dell’impianto antincendio. Usciti fuori, trovammo le serrande squarciate e tutti i vetri fracassati». Nei giorni seguenti, cercarono di tamponare alla meglio gli ingressi con delle assi, di recuperare tutto quanto possibile e di tenere lontani i ladri. Per il signor Milo e gli scampati della Rinascente sfollati a Seui, cominciò poi la fase della carestia e della ricerca dei rifornimenti.
Nel ‘45, con i pochi soldi realizzati con la vendita a Seui di tutti gli articoli (venivano perfino da Cagliari per comprare), la Rinascente ritornò a Cagliari e riaprì l’attività attrezzando per la vendita, inizialmente, il mezzanino, con ingresso dall’albergo. Fu riassunto qualche dipendente, arrivò un po’ di merce da Napoli. Insomma, la vita riprese.
Una vera ricostruzione fu avviata poi con la somma proveniente da un contratto trentennale di affitto del cinema al signor Dalmasso.
Alla fase della ricostruzione è legato il fatto storico che tutti alla Rinascente ricordano, con particolare vivezza: il discorso elettorale pronunciato dal balcone del secondo piano sul largo Carlo Felice, nel novembre del ‘48, dall’allora presidente del consiglio Alcide De Gasperi. «Parlò per un’ora buona al microfono ad una platea numerosissima — ricorda la signora Gioconda Milo — poi volle una coperta di lana e un divano per riposarsi e asciugarsi il sudore».
La bancarella
L’unica libreria di via Roma sta al numero 169 e si chiama La bancarella. La dirige una signora, Itala Testa, che ha una lunga esperienza nel settore, soprattutto legge molto ed è sempre al corrente delle ultime novità librarie, per cui le è facile consigliare il cliente incerto, interpretandone gusti ed esigenze.
Come si colloca la libreria nella più trafficata strada di Cagliari? Ne parliamo brevemente con la signora Testa.
«Una recente inchiesta Doxa fatta dalla Mondadori — dice — ha dimostrato che Cagliari è in testa, fatte le relative proporzioni, alla classifica dei libri venduti in città. Questo dato trova conferma anche nella nostra libreria».
Quali sono i vostri lettori?
«Si dividono in due gruppi pressappoco di uguale consistenza: quelli che provengono dall’interno e quelli che risiedono in città».
Non occorre dimenticare infatti l’importante funzione svolta da una libreria posta al centro della città, a stretto contatto con i terminali ferroviari, aerei, degli autobus, dei pullman dell’interno: un ritrovo, un rifugio per chi sta per lasciare la città o per chi vi è appena arrivato. Che è poi la funzione esercitata ancora oggi dalla stessa strada. «Regoliamo i nostri orari di apertura o di chiusura a quelli dei treni — dice infatti la signora direttrice della Bancarella — proprio per assecondare certe richieste della gente di passaggio».
La chiacchierata si sofferma poi sui gusti dei lettori. Chiediamo che cosa leggano le persone dell’Interno, specie quei pastori o contadini che appena arrivati in città per qualche processo (“Cagliari la conosco per la giustizia”), con quell’abbigliamento e quella parlata che rendono tutta l’atmosfera genuina del paese, entrano a frotte in libreria.
«Leggono sempre testi di attualità, d’impegno, mai opere evasive, mai un romanzo — risponde la signora Testa, e aggiunge — è un fatto che all’inizio, anni fa, ci ha sorpreso tutti enormemente. Vanno a colpo sicuro e si orientano con un discernimento raro. Ad esempio, uno, giorni fa, stava per prendere dei testi delle opere di Marx ma ha ripiegato, dopo una breve riflessione, su un’opera introduttiva al suo pensiero, del francese Althusser. Un altro ha comprato le favole di Gramsci per il figlio. Sono, insomma, tra i lettori più seri, e quando vengono danno alla libreria col tono di festa intellettuale che dovrebbe sempre essere proprio».
Tra i lettori cittadini la signora Testa distingue due altre categorie, in crescente aumento: i giovanissimi, che chiedono libri più moderni e impegnati politicamente (che altri librai rifiutano di tenere) e gli anziani. Un’altra categoria, sempre esistita e stazionaria negli acquisti, è quella di chi ha molti soldi da spendere e che compra regolarmente.
Ci sono poi i lettori stravaganti, i “fissati”. C’è il “guardone” che pretende la scaletta per salire ad ammirare libri riposti in alto per poi non comprare mai, c’è il “feticista”, che li tocca pregustando un acquisto che non gli è consentito, c’è il “matto” puro che sfoga con gli impiegati e la signora il disaccordo con il proprio psichiatra e, ci sono infine il ladruncolo di lusso, elegante e disinvolto, il ragazzo squattrinato che ruba per disperazione, perché non ha nemmeno i soldi per i libri a metà prezzo del piano rialzato della libreria, e quello che pur di comprare un libro risparmia sul mangiare.
Tuttoquotidiano, 21 febbraio 1975
Tre articoli sul Comune del giugno ’75, dopo le elezioni. La presenza di diversi nuovi consiglieri impegnati culturalmente dovrebbe garantire nuove idee per la soluzione dei problemi della città. Intervista a Giovanni Lilliu e Michelangelo Pira. Su Giuseppe Cocco Ortu, della sinistra liberale, si appuntano le speranze di riscossa del Pli; la politica come servizio sociale per il comunista Francesco Cocco, allievo di Pigliaru; per Enrico Montaldo del Pdup un problema da sollevare subito è il centro storico; Paolo Atzeri, giovane socialista, conosce bene il territorio cittadino e la distribuzione commerciale; da Michele Di Martino si attende concretezza ed efficienza del mondo degli affari.