Crollano insieme borghesia e rivoluzione

Intervista a Marco Parodi

“Quello che è il vero Brecht ce l’hanno fatto vedere i brasiliani del “Pao e Corco” alcuni anni fa a Nancy e a Chieri, quando hanno recitato Le nozze dei piccolo borghesi a ritmo di samba.”

La passionalità, l’eloquio dirompente, di Marco Parodi conversatore di teatro si fanno ancora maggiori quando si tocca il tasto Brecht. Il giovane e già molto affermato regista genovese (dirigerà in televisione Lina Volonghi, Gastone Moschin e Beniamino Placido tra qualche mese ne I carabinieri di Joppolo, già allestito a Cagliari per la Cooperativa Teatro di Sardegna) è un esperto di Brecht, avendo realizzato sull’autore tedesco, prima delle Nozze, altri quattro spettacoli: Le devozioni domestiche nel ’67, i Dialoghi tra profughi nel ’68, Gli Orazi e i Curiazi nel ’69, Brecht in America nel ’71.

La prima curiosità è proprio questa: perché sono dovuti passare cinque anni dall’ultima prova brechtiana per arrivare a queste “Nozze”?

“Mi sono concesso una pausa di riflessione perché il teatro italiano era ormai saturo di Brecht. Ho ripreso per cercare di rivoltarmi all’immagine stantia e ormai inefficace, imbalsamata, di Brecht che finora è stata data. I nostri grandi registi hanno mostrato la faccia di un Brecht a tutto tondo, perfetto, le cui idee si incastravano l’una nell’altra: un’idea dogmatica, insomma. Quest’ottica ha poggiato soprattutto sulla produzione della maturità. Ecco perché i drammi giovanili disturbano quell’immagine per quanto caotico e contraddittorio essi contengono.”

Che cosa attira più specificamente di questa produzione giovanile?

“La costante presenza del dubbio, la lode della dialettica, la contraddittorietà, anche politica; in “Brecht in America” ho illustrato ad esempio una verità spesso sottaciuta: Brecht, quando andò sotto processo per l’accusa di comunismo, abiurò il marxismo di fronte alla commissione presieduta dall’allora senatore Nixon.”

Quale potrebbe essere il Brecht nuovo per l’Italia oltre alla produzione giovanile?

“Nel nostro paese molti lavori di Brecht non sono mai stati rappresentati a causa di un non mai ben spiegato diritto di priorità di Strehler: di un diritto posto, pare, a garanzia di messe in scena adeguate al grande drammaturgo di Augusta. Una di queste opere è “Baal”, un testo intriso di morale negativa, in cui l’antimorale, mutuata attraverso l’esaltazione dell’omosessualità, viene espressa con grande potenza poetica. Rappresentarlo in Italia sarebbe un grosso trauma, uno choc benefico, che contribuirebbe a far barcollare l’immagine del Brecht gelido, razionalista, sicuro, dogmatico…”

I responsabili di questo “tradimento” italiano di Brecht?

“È sempre antipatico fare dei nomi. I primi responsabili sono ovviamente i grandi maestri della regia brechtiana. Ma responsabile nel suo insieme è tutto l’entourage teatrale italiano, tutta l’industria culturale, che per debolezza e conformismo si è affrettata ad avallare quello strehleriano come l’unico modello di messa in scena brechtiana a cui rifarsi.”

Qual è il momento che attraversa attualmente il teatro italiano?

“Vi è un equilibrio instabile. Sta per succedere qualcosa ma non si sa che cosa. Il nostro teatro è cresciuto in questi anni nel senso della capillarità delle iniziative, nel decentramento, nella gestione sociale. Il bisogno di teatro si è esteso e si è creato un nuovo tipo di operatore culturale, con una assunzione di responsabilità maggiore da parte dei teatranti. Sul piano più propriamente drammaturgico invece non si è verificato un analogo processo evolutivo di sprovincializzazione di autocoscienza di maturità.”

Giorgio Guazzotti, fondatore e animatore della più importante cooperativa teatrale italiana, il “Gruppo della Rocca”, ha accettato la proposta fattagli dallo Stabile di Torino e ne è diventato direttore organizzativo. Come interpreti questo fatto?

“Il “Gruppo della Rocca”, e gli “Associati” di Fulvio Fo e Giancarlo Sbragia, così come altre grosse cooperative, sono la versione mascherata dei Teatri stabili: è giusto che rientrino nelle loro sedi naturali: Carbonoli a Roma, Guazzotti a Torino, Fo forse a Milano… Quello che sta avvenendo negli Stabili comunque non va al di là di un normale assestamento organizzativo e fa parte del generale slittamento della situazione teatrale verso una certa restaurazione culturale imposta dal momento politico del Paese.”

E il teatro di sperimentazione?

“Non ce n’è più. Quello degli anni scorsi è ormai entrato nella storia.”

Progetti per il tuo prossimo spettacolo?

“Non ho in mente uno spettacolo particolare. Mi piacerebbe piuttosto lavorare su un gruppo d’attori, come questo delle “Nozze”, ad esempio, per creare in équipe uno stile preciso di messa in scena e di compagnia teatrale.”

Qual è stato per te il senso profondo, il messaggio fondamentale, che ti ha attirato nelle “Nozze”?

“Il crollo di un mondo di valori falsi, quelli borghesi, ed il crollodell’utopia rivoluzionaria: un crollo totale quindi. Un significato che purtroppo mi sembra quanto mai attuale.

Tuttoquotidiano, 23 febbraio 1977

Intervisto l’anno dopo due combattenti della cultura sarda, lo scrittore Ugo Dessy e lo scrittore poeta Francesco Masala, prezioso per il valore letterario e politico, caro per la generosità di darci nel ’72 i diritti teatrali di Quelli dalle labbra bianche, e per l’aiuto personale in un momento di difficoltà, ripagato solo con la festa per i suoi ottant’anni al mio Teatro dell’Arco. Caro Cicito. Ospitare l’intervista con un avversario del Dio Petrolio era per il giornale come per un tifoso del Cagliari avere a cena Gigi Riva. Tuttoquotidiano, se non era nato antipetrolchimico, in breve lo era diventato, non foss’altro per non essere sostenuto dalla Sir di Rovelli come il concorrente cagliaritano. Francesco Masala ci metteva del suo, rivestire d’armonia e compostezza poetica la difesa della sua terra e l’idea di società.  Non senza sferzate.