Sfogliando la borghesia

Le nozze di Brecht alla fiera di Cagliari

Lo spettacolo del “Gruppo popolare”, nella apprezzata regia di Marco Parodi è stato applaudito da un pubblico numeroso.

D’accordo, è un modo di dire ottocentesco, ma definire Politica del carciofo la logica di Le nozze del piccolo borghesi di Bertolt Brecht, e soprattutto la regia che ne ha dato Marco Parodi nell’edizione rappresentata sabato e domani e domenica per gruppo Popolare al padiglione delle Nazioni della fiera, è rappresentare icasticamente la logica che presiede l’opera e conseguentemente caratterizza la sua messa in scena.

Politica del carciofo perché, foglia dopo foglia, presto spoglia da tutte le apparenze le ipocrisie, i falsi sentimenti, i formalismi è questa “famiglia tedesca”. Per rivelarne, dopo l’ultima foglia, il vuoto assoluto di quei “valori positivi” sui quali apparentemente si basa. Alla fine, cioè, viene messo a nudo non soltanto il seno della sposa ma lo sfascio di una società marcia che si basa su valori retti da fragili convenzioni: come la colla di cattiva qualità che lega insieme i pezzi del mobilio della casa degli sposi (mobilio fatto a mano dallo sposo, simbolo della creatività, della buona volontà, dello spirito di sacrificio, dell’inventiva etc… del piccolo borghese). I mobili, man mano che progredisce l’azione, che si rivela la realtà volgare e meschina di quei rapporti familiari e sociali, si sfasciano come si sfascia quella società sotto le spinte dei sentimenti popolari. Le nozze dei piccolo borghesi, infatti, fu scritta da Brecht nel 1919, all’epoca dei moti spartachisti e prima di Tamburi nella notte, di cui il regista ha utilizzato alcune parti. Vi è quindi anche una consapevole allusione ai suoi miserabili privilegi (o che ritiene tali): i moti spartachisti falliranno, sprofonderà anche la Repubblica di Weimar e trionferà il nazismo, che darà anzi forma mistica ai falsi valori (la cattiva colla), sui quali si intreccia il vuoto morale degli sposi piccolo-borghesi.

La regia di Marco Parodi ha posto in rilievo questi elementi e meritatissimo è stato il successo che ha decretato il pubblico cagliaritano partecipe e numeroso. Troppo numeroso, addirittura, per i pochi posti a sedere. Lo spettacolo però ha tratto giovamento anche da questi limiti oggettivi. Il padiglione delle Nazioni, con un palco improvvisato, gli scarsi posti a sedere, ha costituito infatti uno spazio teatrale sufficientemente largo (quasi un magico “cerchio di gesso”), che ha favorito il coinvolgimento del pubblico sin dal suo ingresso in sala. Man mano che arrivavano, gli spettatori venivano accolti dagli attori, e alle spalle della platea recitavano i prolegomeni al pranzo di nozze, sussurrando le solite cattiverie sulla sposa che andava all’altare non illibata, anzi incinta, sul matrimonio d’emergenza, sulla necessità di soffocare quello che sarebbe stato uno scandalo. I personaggi si andavano così disegnando con la partecipazione del pubblico e con l’esaltazione — proprio per questa precarietà, e insieme allargamento, dello spazio teatrale — degli elementi espressionistici del trucco e della scena. Poi, senza soluzione, la salita sul palco e l’inizio del rituale pranzo di nozze, che, a poco a poco, ha rivelato lo sfascio di una società marcia che, pur essendo una classe subalterna, trema per i sussulti di rinnovamento di un assetto sociale che riconosce ingiusto ma che in definitiva non vuole modificare, perché ritiene che in esso, per quanto falso e ipocrita, può meglio tutelare il suo “particulare”.

Lo spettacolo aveva avuto un grosso successo al teatro Belli di Roma e lo ha rinnovato qui in Sardegna, pur tra i silenzi ufficiali. Certo, il testo scelto e l’interpretazione che ne è stata data non peccano di scarsa attualità. Uno dei motivi del successo è proprio l’immediato riscontro nella realtà di oggi. Per molti versi la crisi politica ed economica attuale ci riporta al primo dopoguerra, con qualche esperienza in più, però, e con la possibilità di non ripetere gli errori di allora.

L’immediata rispondenza del pubblico a quel tipo di linguaggio, a quel tipo di provocazione, porrebbe – in un paese come il nostro, dove un ministro va in Parlamento a dire che ha acquistato centinaia di radiospie per scopi didattici, e tutti fanno finta di crederci – una riflessione sulla necessità di recuperare il linguaggio della satira e perfino dello sberleffo; ma questo ci porterebbe troppo lontano. Limitiamoci, dunque, a segnalare l’ottima interpretazione, fra tutti, di Ludovica Modugno, la sposa, Oreste Rizzini, lo sposo, ed Eleonora Cosmo, la madre.

Tuttoquotidiano, 22 febbraio 1977