Inaugurata con poco pubblico la stagione teatrale di primavera. Colpa dei prezzi troppo alti?
Diligente e niente più la messa in scena realizzata dalla Compagnia del repertorio dusiano. Lydia Alfonsi si cala con troppa passione nel ruolo della protagonista. La regia di Todisco non attualizza il messaggio universale del grande drammaturgo.
È andato in scena martedì sera al Teatro Massimo, di fronte a un numero di spettatori che occupava soltanto un quarto dei posti disponibili, il primo spettacolo della stagione teatrale di prosa di primavera organizzato dall’Agenzia teatrale sarda. Veniva rappresentato La donna del mare di Ibsen. La rappresentazione ha avuto un’accoglienza dapprima tiepida, poi, via via più partecipata. Alla fine, i nutriti applausi alla compagnia sono sembrati convinti, al punto che, venuta alla ribalta, la prima attrice e capocomico Lydia Alfonsi ha detto rivolta al pubblico: “Sono incantata da questo meraviglioso teatro, da questa stupenda terra sarda. Auguro che in Sardegna questo dialogo teatrale continui senza volgarità e senza violenza”.
Alla fine del primo atto il pubblico era stato pregato di sgomberare la sala: una telefonata anonima aveva avvertito che nel teatro era stata posta una bomba. Il riferimento alla volgarità e alla violenza contenuto nelle parole dell’attrice si riferiva a questo episodio e forse alle voci secondo cui la telefonata era da mettersi in collegamento con il dissenso manifestato da alcuni gruppi circa l’impostazione data dalla rassegna dagli organizzatori e gli elevati presi di ingresso: 6.000, 5.000, 3.000.
È da lodare quindi, prima di tutto, la forza d’animo e l’impegno con cui tutti gli attori (Lydia Alfonsi, Giordano Lupi, Paola da Pino, Carla Castelli, Fernando Caiati, Stelio Candelli, Marco Mete e Marcello Bertini) hanno recitato.
L’opera di Ibsen è di difficile resa. È la storia di un travaglio interiore: quello della protagonista Ellida, andata in moglie senza convinzione ad un uomo più anziano di lei, il medico Wangel, matrigna di due giovani quasi a lei coetanei, suoi figli. L’azione si svolge dieci anni dopo che Ellida ha conosciuto un giovane marinaio straniero. “Mi parlava quasi sempre del mare… delle bonacce… delle tempeste, delle notti buie sull’oceano… Ma soprattutto si parlava delle balene e delle foche: e delle renne che si scaldano al tepore dei meriggi sulle coste del Nord. E mentre lui parlava, mi pareva di scoprire tra quell’uomo e quegli uccelli di mare, una bizzarra parentela”.
Il mare e Il forestiero entrano da quel momento come una cosa sconvolgente e bellissima nella vita di Ellida; un incantesimo la possiede e le offusca lo spirito.
Il forestiero unisce due anelli, il suo e quello di Ellida, e li getta nel profondo dell’oceano: sarebbero stati l’uno dell’altro, ed un giorno lui sarebbe venuto a prenderla per portarla con sé.
Passa il tempo, egli non torna, ed Ellida soffre. È ormai la donna del mare promessa ad uno sconosciuto ma deve dividere solo con se stessa l’affascinante mistero.
Wangel la chiede in moglie. Ellida, credendo di aver cancellato, come si cancella un incubo, il promesso sposo, accetta. Ma l’incubo rimane. Dirà alla fine, vicina alla verità, quando lo straniero ritorna per prenderla con sé, rivolta al marito, a cui chiede di essere lasciata libera per decidere senza condizionamenti: la mia vita è uscita di strada quando mi sono unita a te…non ho legame con questa casa, tu hai voluto che non toccarsi nulla… mi hai comprata ed io mi sono venduta… avrei dovuto preferire piuttosto la povertà, se questa voleva dire libertà… il mio matrimonio con lui, quello sì, era puro… ed ora devo stare di fronte a lui in piena libertà: per seguirlo o per lasciarlo ripartire solo…”.
Wangel non capisce l’anima inquieta, moderna di Ellida. Crede fino alla fine ad una malattia, da curare con maggiore pazienza delle altre. Giunge a rinunciare a lei per un po’ proponendole di fare un viaggio, pur di non perderla. Ma la perderebbe lo stesso… se Ellida, già scossa della rivelazione per cui la minore delle figlie nate dal primo matrimonio del marito, Hilde, soffre di non ricevere affetto e tenerezza da lei (“ci sarebbe qui dentro una missione in corso per me?”). Se Ellida non ascoltasse la disperata prova d’amore che solo alla fine, nel dialogo a tre con il forestiero sgorga dalle labbra di Vangel: “il desiderio dell’infinito, dell’irraggiungibile finirà col trascinare il tuo spirito nelle tenebre che lo aspettano. Ma non giungeremo a tanto. C’è un solo mezzo per salvarti: acconsento a rompere il patto. Da questo momento puoi scegliere la tua vita in piena assoluta libertà”. Ellida è colpita. “Puoi… lasciare compiersi le cose”. “Si – risponde il marito – “perché ti amo sopra tutte le cose. D’ora innanzi la tua vita, la tua vera vita potrà riprendere il suo futuro, puoi scegliere liberamente, e sotto la tua responsabilità”.
Ora Ellida è libera. Ibsen comunica con poche efficaci battute allo spettatore la gioia profonda che la pervade, il sangue fresco che torna a scorrerne nelle vene. Ellida decide di restare con il marito. Il suo incubo, tornata libera del proprio destino, svanisce davvero. Lo straniero riparte solo.
La donna del mare si presta, in tempi di dibattito sulla condizione della donna, a interpretazioni riduttive, anche se stimolanti: Ellida può essere oggi la donna che si batte per scrollarsi di dosso la schiavitù dell’uomo, della casa, dei figli, in cui la società “produttivistica” l’ha cacciata. Ci sembra troppo poco, anche se quella battaglia, vinta, avrà un enorme valore per la società contemporanea. Troppo poco, perché il problema vero di Ibsen, qui, è quello della libera scelta, ed è il problema che riguarda tutti, uomini e donne, oggi come ieri, che sta alla base di tutti gli altri e tutti li condiziona. Un problema che ciascuna generazione potrà trovare atteggiato in modo diverso ma che resta immutato nella sua intima sostanza.
Se tale è il dramma che sta dietro l’irrequietezza e la “malattia” di Ellida occorre dire che la regia dello spettacolo visto martedì, di Paolo Todisco, non lo ha collocato nella giusta prospettiva di contemporaneità (occorre precisare che il pessimo rapporto palcoscenico platea del cinema Massimo condiziona molto gravemente qualsiasi giudizio). Non v’è stata invenzione tesa a rendere più vicino a noi il nocciolo del dramma, si è fatto ricorso invece pigramente al “mestiere” (quella musica di Sibelius così puntualmente adescatrice), forse condizionati dalla formazione (o deformazione) radio televisiva degli attori (per i quali ci è piaciuto particolarmente Marcello Bertini per la fresca caratterizzazione offerta con Ballested). Apprezzati, tuttavia, il ritmo impresso alla recitazione, i veloci passaggi di scena, quelle figure stagliantisi immobili e scure ad ogni fine atto.
Sulla recitazione di Lydia Alfonsi il giudizio non è facile. Al pubblico è piaciuta. Anche a noi è sembrato che la brava attrice si sia fatta carico, in certi momenti, proprio laddove occorreva di più, di tutta la carica passionale e drammatica del personaggio della “donna del mare”. È in altre fasi del lavoro, in tutta quella ragnatela di battute che tessono il suo itinerario psicologico, che l’avremmo voluta più terza, più lucida, più parca di toni, più personaggio-simbolo insomma. L’opera di Ibsen consiste soprattutto nella cristallina esposizione dell’idea di libertà che Ellida incarna. Un’idea che per colpire deve essere acuminata come una lama, spoglia di sbavature.
Tuttoquotidiano, 15 aprile 1976