Liberazione a piedi nudi

Coreografie moderne

Patrizia Cerroni e i suoi “Danzatori scalzi” all’Auditorium di Cagliari

Modern dance starebbe a significare quel tipo di danza antiaccademico, vivo, aderente alla personalità dei creatori di coreografie che tanta strada ha fatto da una cinquantina di anni a questa parte. Sarebbe già una buona ed efficace definizione, un buon nome che ha reso un buon servizio alla cosa che deve descrivere: ed invece, andate a vedere “la cosa” e vi accorgerete che le emozioni e le idee che vi suscita sono più grandi, immensamente più sfaccettate, sguscianti, inafferrabili e belle di quel modern dance che la vuole esprimere. D’altra parte, andate un po’ da Patrizia Cerroni, la coreografa dei “Danzatori scalzi” che si sono esibiti martedì e mercoledì all’Auditorium e chiedetele di rinunciare ad una definizione che è stata tutto per lei in questi anni, una bandiera issata su una barricata da difendere e da far avanzare sempre più. Vi risponderebbe con una espressione di assoluta sorpresa, una delle tante espressioni che il suo viso mobilissimo e grazioso riesce a trovare.

I brani eseguiti dai “Danzatori” all’Auditorium erano cinque, su musiche di Mauro Bortolotti, John Cage, Igor Strawinskij, Ginger Baker, Frank Zappa.

Il primo pezzo, “Concatenazione”, introduce subito, con il rigore della sua costruzione coreografica, allo stile del gruppo, antiaccademico ma anche severo, frutto di lungo allenamento e di non pochi sacrifici. In esso, figure umane ridotte ad automi ricercano, con movimenti rubati ad un’immobilità dall’ampio significato emblematico, un equilibrio perduto, una sintetica visione del mondo definitivamente frantumata.

Nel secondo pezzo, “Self-mirror”, a nostro avviso il più compiuto, le figure umane, tre, riacquistano debolmente scioltezza per tracciare perlomeno la vitalità di un dolore. “Marche” è invece deliberatamente uno sberleffo ironico, in cui un solo danzatore mima in modo grottesco il feticismo accademico del “movimento”. Chiude la prima parte “Aikò biayè”, una felicissima coreografia che ha trascinato il pubblico per la sua irresistibile carica civile, un incitamento alla riscossa propagato da una comunità ad un individuo solo di fronte alla sopraffazione. Il secondo tempo è tutto dedicato ad un unico pezzo: “Apotropia”, una danza liberatoria da qualsiasi feticismo, una vera apoteosi espressiva, dotata di una sua efficacissima teatralità. Il pubblico è stato trascinato anche da questa composizione, applaudendo a lungo gli stupiti “danzatori scalzi” che non si attendevano tale accoglienza da un pubblico “impreparato”.

Patrizia Cerroni è una delle fondatrici di quel “Teatro Danza” che cinque anni fa, dopo aver fornito l’esempio della “nuova danza”, propagò in Italia il verbo in molteplici direzioni, tante quanti gli elementi che lo componevano e che poi andarono ciascuno per conto suo. Patrizia fondò insieme ad altri il nuovo gruppo, che sin nel nome volle racchiudere il senso antitradizionale dello stile di rappresentazione.

Le chiediamo in che cosa soprattutto si evidenzi questo nuovo stile. “La tecnica non è bloccata intorno a schemi prefissati e canonici — ci risponde — come nella danza classica, né cede a lusinghe solo spettacolari come accade a coreografi anche moderni. Ogni coreografia è nuova, esprime le idee dei singoli appartenenti il gruppo, e quindi richiede anche una tecnica completamente nuova. Temi da esprimere e strumenti tecnici ad un certo punto si fondono”.

Pensa al pubblico quando crea una coreografia?

“Il pubblico lo sento sempre perché viviamo tutti immersi nella quotidianità e coscienti dei problemi della gente, ma nel momento preciso in cui creo non mi riferisco direttamente ad una collettività: cerco solo in me stessa i motivi che mi animano”.

2 novembre 1975

In un articolo del febbraio ’76 celebro l’esperienza unica di Su connottu, fiammeggiante orgoglio sardo. Oltre trecento repliche di un’opera manifesto, unicum in campo nazionale.