Come trent’anni fa senza strutture né spazi né finanze né stimolo per gli autori
Due volte solo il teatro in Sardegna
Il ruolo propulsivo svolto in Sardegna dal teatro della Cooperazione (Lega, Cooperativa teatro di Sardegna, Cooperativa spazio A, Cooperativa teatro e musica), dai gruppi di base autogestiti, dal Comune di Sassari (Laboratorio teatro aperto), dal teatro in lingua sarda, dall’associazionismo, dai circoli di paese, dell’Umanitaria, dai settori del bilinguismo, dalle radio private democratiche, dall’animazione scolastica, è un ruolo solitario e disperato. La mancanza di disponibilità e volontà politica dei governi regionali del dopoguerra, assecondata dal monopolio dell’informazione— che ha mantenuto con arroganza provinciale un distacco snobistico da tutto quanto si è mosso in questi ultimi vent’anni nel settore — ha creato infatti il vuoto assoluto attorno alle iniziative non apprestando gli strumenti operativi pubblici senza dei quali non sorgerà mai nessuna regolare attività teatrale in Sardegna, e sempre, viceversa, le iniziative stesse rischieranno di vivere un’avventura all’insegna di quella filosofia della rabbia e della ghettizzazione che solo una sagace conduzione di gruppi di attività ha saputo qualche volta evitare.
«Non vi resta che fare da soli». Con queste parole lo scorso dicembre a Macomer i critici di teatro avevano concluso un convegno nazionale proprio sul teatro in Sardegna, preso atto della stasi legislativa a livello centrale.
Ma chi opera, nel teatro sardo, è solo due volte: perché non ha con sé il governo di Roma; e perché non ha con sé il governo della Regione, gli enti locali sardi, i partiti e i sindacati sardi, gli intellettuali sardi. A fare da soli, comunque, i gruppi si sono messi subito. Nello stesso mese di dicembre, a conclusione di un convegno sulla drammaturgia sarda promosso dalla Cooperativa teatro di Sardegna, hanno richiesto in un documento laboratori, seminari, una legge regionale per gli spazi fisici e i finanziamenti, rassegne di spettacoli della penisola, maggiore spazio per lo spettacolo sugli organi di informazione, consorzi tra Comuni, e soprattutto hanno deciso di associarsi in un grande movimento regionale dei gruppi che si ponga come interlocutore del pubblico potere.
Il ritardo da far recuperare è grande. Non esistevano trent’anni fa, e non esistono ancora oggi, le strutture di formazione dei quadri tecnico-artistici, di spazi per la rappresentazione, di stimoli agli scrittori, di incentivi finanziari con criteri certi per l’attività. Anzi, da allora la situazione è peggiorata: in un clima culturale che consente (sono fatti di cronaca di questi giorni) la strage in una sola mattinata di trentamila uccelli, alcuni rari, in uno stagno naturale di valore internazionale a opera di cinquemila cacciatori, oppure la chiusura dell’unica biblioteca pubblica funzionante nel capoluogo di regione… in un clima del genere è naturale che siano fermi da due anni i lavori del nuovo teatro civico cagliaritano (che doveva sostituire i due distrutti nell’ultima guerra), è naturale che l’unica struttura teatrale cagliaritana, l’auditorium di piazza Dettori, sia chiuso per motivi “tecnici” da tre anni; naturale che nella stessa città sia inagibile da oltre un decennio un anfiteatro romano di eccezionale valore artistico.
L’unica legge che regolamenta il teatro in Sardegna è una legge del ‘50, voluta per motivi clientelari, e che era diretta più alle bande musicali che al teatro. Un comitato di privati, presieduto dal direttore dell’unico quotidiano di Cagliari, l’Unione sarda, composto da notabili di partiti al governo, ha succhiato dalla legge – da una legge che ha requisiti generici – circa 400 milioni in dieci anni per portare ogni primavera alla borghesia di Cagliari, di Sassari e di Nuoro spettacoli di sicuro richiamo, spesso marcatamente commerciali. Quattrocento milioni che hanno varcato il mare per il passatempo mondano di pochi privilegiati.
I problemi insoluti delle strutture di base stanno lì a testimoniare che l’autonomia la si può tradire anche col teatro.
La sinistra, 20 marzo 1979