Ripensando a quando la Sardegna invase Venezia
Svolgiamo il nastro. Ottobre. Un camion carico di artisti, di opere, oggetti e viveri parte per la Biennale. Lo guida idealmente Pinuccio Sciola, pittore scultore animatore di “Paese Museo” a San sperate, quello che in tutta questa vicenda ha avuto la funzione dell’ariete, della punta dirompente degli ostacoli, delle diffidenze, dei piccoli ostracismi che l’impresa non poteva non comportare.
Sul camion salgono gruppi e artisti protagonisti del recente dibattito culturale che Sciola è riuscito a radunare. Ma San sperate non basta, dice. «Ho radunato tutte le altre esperienze culturali ed artistiche sarde: non ci saranno soltanto le sculture, le canne, i murales, ma anche gli spettacoli teatrali, le musiche, le danze, gli strumenti musicali, gli oggetti del nostro artigianato».
I cadaveri di Sciola scolpiti nel legno rendono meglio di qualunque altro mezzo espressivo l’oppressione subita dalla popolazione sarda. Le canne, cui recentemente Sciola dedica la sua attenzione, mostrano la solitudine e l’asprezza abbandonata del paesaggio isolano. E dietro le canne che appassiscono emerge il problema ecologico di una terra violata dagli inquinamenti dell’industria chimica, i pesci avvelenati dalle acque del Tirso; e, dietro l’ecologia e l’ambiente umano in pericolo, il problema della militarizzazione dell’isola, più volte messo sotto accusa da quelle forze politiche, culturali e sociali che con le espressioni culturali che vanno a Venezia fanno un tutt’uno.
La miseria, l’arretratezza, gli incendi dolosi, l’abigeato, il banditismo: la figura urlante di uno dei cadaveri in legno di Sciola verrà esposto a Venezia quasi cinquant’anni esatti dopo che lo scultore nuorese Ciusa vinse la Biennale con “La madre dell’ucciso”: era infatti il 1927.
In un cartello, sotto il titoletto “Le nostre Seveso” si citano i pericoli derivanti dalla presenza in Sardegna del gruppo Sir — Rumianca di Rovelli, del gruppo Anic — Montedison, della miniera Funtana Raminosa, le cui scorie di lavaggio e il cianuro usato per il trattamento dei minerali hanno sterminato la flora e la fauna del fiume Flumendosa, della superporcilaia della Planargia, della base atomica di La Maddalena.
Lo spettacolo Su Connottu, preceduto da una esibizione del coro di Neoneli, ha destato una grande commozione. Molti gli occhi lucidi alla fine del primo tempo. Presenti alcuni funzionari della Biennale, tra cui il dottor Scarpa, che sta accompagnando con grande solerzia e partecipazione la tournée sarda qui a Venezia, e il professor Mario Baratto, docente di storia del teatro all’università di Venezia. Molti complimenti ricevuti alla fine dello spettacolo, che è andato in scena nonostante una pioggerellina.
Questo ed altro di entusiasmante nel racconto che ho fatto di quell’avventura nella parte teatrale.
Così Venezia. Ma nel frattempo, nel medesimo campo culturale isolano, nascono perplessità. La Biennale apre uno spazio alla Sardegna, una documentazione aperta sull’isola nel settore ambiente come sociale, e Sciola invita gli artisti sardi ad unirsi alla spedizione che sta per saltare il fosso? E che? Andiamo a fare pubblicità a Pinuccio Sciola?, rispondono press a poco gli artisti nuoresi?.
A Cagliari le cose sono andate diversamente. Essere capoluogo di regione si rivela anche in questo: reagire in modo più misurato, cioè con maggiore cinismo e furbizia. Vada pure Sciola con la sua brigata. Noi restiamo qua, non sono cose per noi le operazioni affrettate e non ufficiali. Al ritorno faremo sapere la nostra su questa faccenda.
E così è stato. Su L’Unione Sarda del 15 ottobre Tonino Casula scrive, in sostanza, che l’uomo bianco non piangerà per i Mori sbarcati a Venezia per rivelargli che anche la Sardegna è inquinata, perché “ha di che piangere del suo”. “…La cultura non può essere ridotta a spettacolo per turisti annoiati… “Non ci si libera del senso di colpa trasferendo subdolamente gli stessi compiti degli intellettuali infami e disorganici sulle spalle degli indigeni, in nome di un ipocrita e paternalistico modo nuovo di fare cultura…”. L’esperienza di San Sperate gli va bene — aggiunge — ma all’interno del suo naturale contesto, è mistificante trasportarla a Venezia, accettando il compromesso con la Biennale dove “tutto è pensato ed esposto come consumabile”. E conclude: “…ci siamo lasciati prendere per il naso e non ce ne siamo accorti”.
La risposta a Casula, sullo stesso giornale, sotto il titolo eloquente “Col binocolo dietro le persiane”, la dà il 27 ottobre Alberto Rodriguez: “Sono state spesso invidie, rivalità, piccole beghe, ad ostacolare ogni tentativo di uscire dal grigiore, mancanza di autocritica, il criticare senza condividere i “rischi del fare”. Se quello dei mori a Venezia può essere stata una versione un po’ kitsch della ricerca (peraltro ancora confusa) di una identità culturale sarda, dove operano oggi nell’isola le voci che a questa linea di lavoro si contrappongono e quali le esperienze concrete che stanno esprimendo?”.
È del 7 novembre, sempre su L’Unione Sarda, un altro intervento, quello del pittore Primo Pantoli. “Ciò che infastidisce, nella faccenda di San Sperate, dice, è il continuo tentativo di snaturare un’importante iniziativa didattica per trasformarla in una sorta di cartello dell’arte popolare sarda. In realtà a San Sperate c’è di tutto sui muri, ma ben poco di “popolare” e nulla di “sardo… Lo stesso Sciola… fortunatamente per lui… ha appreso come scultore dai messicani, da Moore, dagli espressionisti, ma non dai sardi… Proprio San Sperate è la migliore testimonianza dei limiti di gran parte dell’arte che si produce in Sardegna, cioè della scarsa informazione e della scarsa presenza di serie ricerche attuali…” E circa la Biennale: “…come si arriva a questi santoni? Come fanno costoro a sapere cosa si produce in Sardegna? Siamo al solito punto: le strutture che mancano…”
Un dibattito molto vivo, interventi sostanziosi e a modo loro coraggiosi. Ma c’è qualcosa di ancora più positivo che emerge dal complesso del dibattito: la frattura forse irrimediabile tra la concezione di una cultura e di un’arte approdate negli anni della contestazione ai positivi traguardi dell’impegno politico e sociale ma arenatasi sugli scogli del dopo contestazione allorché bisognava proprio passare al “fare”; ed una concezione di cultura nuova, portata avanti da sbrancati che avevano visto giusto, da esponenti del ’68 che hanno saputo calare il nuovo verbo nella prassi; oppure da tutta quella serie di iniziative giovanili di questi anni, sorte spontaneamente in vari centri dell’interno, che, senza scuole e senza maestri, si sono dati un’organizzazione propria autonoma con molta fantasia e indipendenza, trovando un equilibrio tra vantaggi e svantaggi dell’autodidattismo, sempre rassicurati da un contatto, questo sì, organico con la popolazione.
Si contano a decine i collettivi nati a questo modo nell’isola. Ad Armungia, nel corso di un convegno su Emilio Lussu, alcuni loro rappresentanti sono andati emozionati al microfono per esporre i dati delle loro ricerche socio-economiche sulle zone in cui operano. Tutta una rete di organismi che va crescendo silenziosamente, che ha spesso sulla massa giovanile più presa dei partiti storici della sinistra, che è fortemente permeata di interessi politici prima che culturali, e all’interno dei quali, auspice proprio Emilio Lussu, parole come sardismo e autonomia, anticolonialismo e antimperialismo ritrovano una rispondenza nuova ed entusiastica.
È cultura questa? Ci sembra che non si debba faticare a rispondere di sì. Tutto quello che si è teorizzato in questi anni sulla cultura antropologica induce a farlo. Questa ricerca dell’identità di una cultura sarda, ancorché spesso a testa bassa e confusa, ma sempre sostenuta da grande tensione morale, della identità di una cultura sarda, questo andarsi a rintracciare da soli, colmando colpevoli lacune degli storici, le radici delle lotte, anche perdute, che ci appartengono; questo ritrovato sapore artigianale nel dipingere e nello scolpire in comunità; questo dare finalmente voce, ancorché andando fuori di segno, tramite la recitazione, il canto o il far poesia, ad un popolo muto.
Quel ritrovarsi in un centinaio a Venezia, bagnati dalla pioggia, col problema del mangiare e dormire, ma felici per una solidarietà umana che non si sperava più e con la voglia di dare fastidio, di provocare i borghesi veneziani e le autorità, della Biennale e no, e andarsene con la sicurezza di aver lasciato un segno preciso, di parte, non consolatorio e folcloristico, sulla Sardegna.
Il lavoro dei collettivi spontanei dei paesi: riunirsi, informarsi, scambiarsi idee, fare programmi, prendere in mano l’egemonia del paese; oppure quello dei comitati di quartiere delle grandi città: impadronirsi di leggi e regolamenti, scoprire le magagne del potere e metterlo sotto accusa, coinvolgendo gli organi di informazione e quindi contribuendo a migliorarli; tutto questo è senz’altro cultura, se per cultura, in un momento di crisi e trapasso da un modello di sviluppo ad un altro come l’attuale, s’intende più che mai il contributo critico alla comprensione della realtà contemporanea per una sua trasformazione.
Se questo non si è capito e si è pensato davvero che si sia andati a Venezia a tenere spettacolo per i turisti anziché fornire una testimonianza dei nuovi fermenti esistenti nella nostra regione, se si pensa davvero ad una operazione di artisti in crisi che trasferiscono la loro frustrazione e il loro senso di colpa sugli “indigeni”, oppure che pur di esportare l’arte popolare sarda si siano accettati dei compromessi con la Biennale; tutto ciò conferma che da parte di alcuni artisti si è scelto davvero di non correre il rischio del nuovo e di stare dietro la finestra con il binocolo.
Il modo per capire, se lo si voleva davvero, c’era. Bastava scorrere i giornali di quei giorni, intere pagine all’argomento; e nulla di quanto scritto poteva far sospettare, se non a malevoli affetti dal male antico dell’invidia, della rivalità, della bega meschina, che si andasse a Venezia per far vedere dei prodotti artistici. La disinformazione sembra aver interessato la stessa svolta avuta dalla Biennale quest’anno, sulla quale nessuno si fa soverchie illusioni.
La sezione in cui la Sardegna è stata collocata, “ambiente come sociale”, era proprio dedicata al significato della presenza dell’artista come operatore culturale nell’ambiente e soprattutto nel sociale: questo l’ha proprio chiaramente scritto L’Unità del 3 ottobre. Ed allora perché buttare tutto sull’artista e sull’arte popolare, fino a far temere un ritorno, in settori estetici di sinistra, di concetti crociani?
Artista come operatore culturale nell’ambiente e nel sociale: a Venezia può essere una formula-civetta; in Sardegna è lavoro di anni impastato di fatica da parte di chi forse non ha avuto la folgorazione dell’arte. Era su questo tema, comunque, se proprio polemica doveva nascere, che andavano indirizzate le frecce: e non dopo il ritorno della spedizione, ma prima della sua partenza, quando un quotidiano titolava inequivocabilmente “la questione sarda si abbatte sulla Biennale”. È stato un fatto autenticamente nuovo, da non canonizzare, da non guardare acriticamente. Ma da qui a fornirne un bilancio critico a distanza, col binocolo, e per giunta parlando solo di arte, dimenticando la complessità dell’operazione, ce ne corre. Non è stato “arte”. È stato “animazione”. Nella situazione data italiana il presente del lavoro dell’artista è “animazione”: è bene prenderne atto e lavorarci con umiltà.
novembre 1976
Passano tre anni. Il problema del teatro in Sardegna è ritornato ai blocchi di partenza. Nel ruolo di addetto allo spettacolo del nuovo giornale, posso però tenere viva la tematica. Pur conscio che il quarto potere, nell’”ordinato disordine” della politica di una terra difficile, ha le armi spuntate, sento il bisogno prima di tutto di un riepilogo, di un rinfresco di coscienza. Progetto così nel ’77 un’inchiesta in quattro puntate, retrospettiva, sulla scena di casa nostra, condensato dei tentativi compiuti per sensibilizzare al teatro l’opinione pubblica, classe dirigente e ceto intellettuale. Vari temi e riepilogo della sostanza culturale del teatro, drammaturgia, quadri operativi, macchina amministrativa, spazi fisici, conoscenza del ruolo nella società, sensibilizzazione delle masse, scuola, promozione d’interesse. Il teatro può almeno porsi in Sardegna come problematica, se non come pratica regolare e completamente appagante. Colmato un vuoto della cultura di allora.