Per il nascente teatro sardo
Tavola rotonda del C.I.T. Al Teatro Cantina di Cagliari con Mario Missiroli, Luciano Codignola e Ferdinando Virdia
“Questo luogo, questo ambiente, questa iniziativa, dimostrano che il teatro è sempre fattibile. Chiunque può fare teatro, indipendentemente dagli elementi tecnici o finanziari necessari ad altri mezzi di espressione, come televisione o cinema. In questo sta la sua forza e la garanzia della sua sopravvivenza”.
Con questo atto di fede nei confronti del teatro si è aperto il dibattito organizzato nei giorni scorsi dal Centro d’iniziativa teatrale al Teatro-cantina di Via Genovesi 20 a Cagliari.
Il tema è: “Proposte per la creazione di una società teatrale in Sardegna”, sul quale sono chiamati ad esprimersi esperti quali il drammaturgo Luciano Codignola, docente di Storia del Teatro all’Università di Urbino, il regista Mario Missiroli e il critico Ferdinando Virdia.
È stato proprio Virdia il primo a parlare e ad esprimersi ottimisticamente sul futuro di questo mezzo espressivo. Il suo intervento era stato preceduto da una breve rassegna delle attività svolte nel settore in Sardegna negli ultimi anni e da alcuni cenni storici, presentati dal centro studi del C.I.T.
Fatta una premessa di carattere storico-politico, Virdia ha delineato l’attuale situazione teatrale italiana, puntualizzando gli elementi che hanno contribuito maggiormente a determinarla: accentramento amministrativo, e conseguentemente culturale, che ha imposto delle strutture inadeguate alla realtà sociale di ogni singola regione e ha quindi determinato una sterilizzazione di tutte le civiltà e culture esistenti, e mancanza di impegno sostanziale delle classi dirigenti nelle regioni a statuto speciale. Il teatro, secondo Virdia, è un “elemento insostituibile e determinante per la rivalutazione di queste civiltà locali”.
Luciano Codignola, intervenuto subito dopo, ha detto che per la creazione di una “società teatrale” è indispensabile l’esistenza, presso una comunità, di un effettivo bisogno di riunirsi, per esprimersi, vedersi, analizzarsi. Questo è il teatro e se manca questa condizione generale quel che ne risulterà non sarà teatro, bensì una qualsiasi forma di spettacolo sportivo, o cinematografico o televisivo, comunque una sovrastruttura imposta a quelle che sarebbero le reali esigenze di una società, e quindi non necessario. Il teatro, infatti, come luogo polivalente di riunione, è stato sostituito da altri settori potenti e precisi di attività, ciascuno dei quali si muove in un campo ben delimitato. Di qui la necessità di abolire qualsiasi tipo di teatro colonialistico o verticistico, che anche se voluto dalla più aperta classe dirigente è necessariamente destinato a fallire.
La via indicata da Mario Missiroli per arrivare ad un tale tipo di teatro, cioè un teatro non dal produttore al consumatore, ma un teatro che esprima realmente una società e i suoi problemi, è quella dello smantellamento delle attuali strutture legislative che lo regolano e lo sovvenzionano. Senza la creazione di un circuito di “sale aperte”, dove per fare teatro nessun gruppo debba pagare un affitto, e senza una detassazione sui biglietti d’ingresso (per citare due esempi) qualsiasi nuovo esperimento verrebbe a trovarsi o nell’impossibilità di agire o nella stessa situazione fallimentare, da un punto di vista espressivo culturale, dei teatri stabili. La formula dei teatri stabili, d’altronde, ha fatto il suo tempo. Da elemento di rottura, da ipotesi di teatro “socialista”, è passato a rappresentare un fenomeno di burocraticismo e di puro centro di potere. Ora, se è vero che in Sardegna c’è poco teatro, non è detto che questa sia una condizione del tutto negativa. Proprio qui c’è la possibilità di tener conto delle esperienze negative sperimentate in altre regioni e prendere in considerazione altre forme di teatro, in particolare quella che si sta rivelando la più interessante e diffusa: la “compagnia autogestita”, autonoma e diretta dagli artefici effettivi del lavoro teatrale. Le compagnie autogestite non vogliono servire presuntuosamente intere regioni, né si pongono come “leaders” di una cultura o di intere città. Ciascuna fa il suo discorso, affronta a modo suo la realtà. Essa si muove poi in modo più agile e più umano e può facilmente scambiare i propri spettacoli con altre compagnie simili. È in definitiva, ferma restando la necessità di cambiare la legislazione, lo strumento che oggi offre migliore affidamento. Si è aperto a questo punto un animato dibattito. Erano presenti fra gli altri gli onorevoli Anton Francesco Branca e Armando Congiu, lo scrittore Antonio Cossu, il regista Lino Girau e numerosi giornalisti. Ha diretto il dibattito il giornalista Rai Dino Sanna.
Il giornale d’Italia, giugno 1970
L’ostacolo è superato, di quel modello di teatro stabile si smette di parlare, la produzione del Cit riprende e procede con un buon ritmo, Brecht, Alfonso Sastre, Francesco Masala. Ma ha gravi problemi strutturali.
Grande entusiasmo, dunque, alla notizia che scende in campo un politico regionale coraggioso, l’assessore Nuccio Guaita. Recependo analisi e proposte di un movimento che si allarga oltre Teatro Sardegna, indice una conferenza regionale e presenta una proposta di legge. Un grande entusiasmo, dunque, alla notizia che sta per scendere in campo un politico regionale coraggioso, l’assessore Nuccio Guaita. Questi, recependo analisi e proposte di un movimento che si allarga oltre Teatro Sardegna, indice una conferenza regionale e presenta una proposta di legge.