La Edes editrice
La collana di maggior successo è quella che ha pubblicato i periodici illustrati dal ’43 al ’49. A giorni in libreria un libro di Clara Gallini.
«Cinque anni fa, nel ’73, quando sorse la Edes (Editrice Democratica Sarda), la situazione dell’editoria in Sardegna era diversa da quella attuale. Allora si sentiva l’esigenza di affrancarsi da un certo tipo di editoria un po’ qualunquistica, disposta a sfornare di tutto, senza una linea culturale prefissata»: questo l’esordio di Virgilio Lay, 52 anni, nativo di Ulassai, titolare della Edes, la seconda casa Editrice cagliaritana che incontriamo nel nostro rapido viaggio nell’editoria sarda.
Lay è tra le sue carte e i suoi libri, in viale Regina Margherita 99, dove ha sede la Casa che ha fondato e che dirige attualmente assieme agli altri sei azionisti della società. «Lavoro qui tutto il giorno — dice Lay — non ho il tempo per niente. Ho scritto sui giornali ma ora ho solo il tempo di scorrerli».
Lay è infatti pubblicista, ha collaborato molti anni fa a “Il solco”, settimanale del Partito Sardo d’Azione, e alla Nuova Sardegna; è stato per 25 anni all’ufficio stampa della Regione. Nell’editoria c’è da sette anni, avendo diretto un’altra casa editrice prima della Edes. Ha scritto alcune opere sulla cultura sarda del ‘700: Stampa e cultura della Sardegna nel ‘700, La rivoluzione sarda e il Giornale di Sardegna, Cagliari per immagini. Lasciamo la parola ancora a lui. Gli avevamo posto la domanda di prammatica in questi casi: quali gli scopi dell’iniziativa al momento della sua fondazione.
L’editoria, allora, non aveva una linea culturale prefissata. «Noi abbiamo chiamato la nostra casa editrice “Democratica” proprio per indicare una strada nuova, almeno in Sardegna, cioè quella della messa in luce e della valorizzazione di certe esigenze culturali che non trovano spazio neppure nei giornali, se non in minima misura, intendendo la parola “democratico” non in quel senso chiuso, partitico, che oggi sembra imperante, ma in senso aperto, di attenzione ad ogni posizione ideologica, beninteso con certe nette chiusure…”.
Era in sostanza una strada nuova…
«Direi di sì. Vorrei metter in luce, senza appesantire il discorso riportando il programma editoriale dell’Edes, approvato all’unanimità dall’assemblea dei soci, che la casa editrice ha finora puntato in particolare sui giovani e sulle forze più vive, facendo enormi sacrifici per mantenere fede a questo programma e chiedendo sacrifici anche agli autori e ai collaboratori».
Ti sembra riuscita questa operazione?
«Finora sì. La maggior parte degli autori ha capito I nostri intendimenti e molti addirittura li hanno fatti propri. Certo si verificano anche incomprensioni, qualche volta. Qualcuno ritiene che noi siamo degli speculatori e degli sfruttatori… Qualcuno ci accusa addirittura di essere venduti a Tizio o a Caio, ma certo si tratta di gente che ha come unico obiettivo quello di farsi acquistare da qualcuno…
Anche la calunnia fa parte dei rischi del mestiere. L’essenziale è superare I momenti di amarezza e di sconforto e cercare di portare avanti il programma».
Avete incontrato molte difficoltà?
«Ne abbiamo incontrato e continuiamo ad incontrarne tutti I giorni. Quando non si hanno capitali alle spalle si devono fare i salti mortali per far quadrare il bilancio. Noi siamo partiti senza un soldo e ora siamo… ancora senza un soldo. Ma anche questo era scontato quando abbiamo iniziato».
Parliamo dei libri che avete pubblicato, dei successi che vi hanno confortato nei tempi difficili dell’inizio.
«Parliamo dei libri. Ma prima debbo dire che, più che il loro successo, quello che ci ha maggiormente confortato all’inizio è stata la fiducia di molti giovani autori, di certi gruppi culturali, di diversi giovani docenti universitari, ed anche degli ambienti giornalistici, che ci hanno dimostrato grande disponibilità. Quello che ha avuto subito successo è stata la collana dei periodici, cioè il discorso unitario sulla cultura sarda del dopoguerra, e con esso la messa a punto di un metodo di ricerca. Una ventina di studiosi, quasi tutti alle prime esperienze, si sono radunati attorno a questa idea che ha rappresentato anche un ripensamento del dibattito sull’autonomia svolto dal ’43 al ’49. Poi hanno avuto molto successo i primi due saggi, quello su Tuveri e quello di Sotgiu sul movimento operaio in Sardegna. Molto successo ha avuto anche il discorso antropologico portato avanti con I libri di Angioni, etc…, un discorso che si è rivelato molto originale e incisivo. E così pure la collana di teatro, in cui ripresentiamo in edizione critica gli autori affermati e pubblichiamo le novità».
Parliamo ora un po’ delle novità. Che cosa avete in preparazione?
«Tra giorni esce un libro di Clara Gallini dal titolo Tradizioni sarde e miti d’oggi. Poi usciranno Una cooperazione difficile-pastori in Sardegna di Giuseppe Murtas, nella collana Documenti e opinioni, ed un volume che pubblica gli atti del Convegno-seminario promosso nel marzo ’77 dal sindacato nazionale scuola della Cgil sul tema Sperimentazione, aggiornamento e iniziativa sindacale, che sarà una interessante novità in campo scolastico. Infine è in preparazione il “reprint” di tre annate (dal 1891 al ’93) di “Vita sarda”, una rivista tra le migliori uscite nella nostra isola, alla quale parteciparono le migliori firme di allora, dal Satta alla Deledda, da Enrico Costa a Felice Uda, da Filippo Canepa a Stanis Manca e a Vivanet. Era diretta da esponenti delle migliori e più aperte forze culturali di allora, dai radicali ai socialisti. Sono otto pagine più due di copertina, in cui si passano in rassegna tutte le vicende dell’epoca, con un’attenzione particolare a quelle culturali, con saggi, racconti, poesie, recensioni teatrali. Molto importante il dibattito che vi si trova riportato, vigente anche allora, sul folclore e sulla lingua; così come la storia del giornalismo sardo scritta dal Canepa. La rivista era introvabile. Forse quella che sono riuscito ad avere in prestito da un privato è l’unica copia esistente».
14 gennaio 1978