Doveva essere una biblioteca per ragazzi a Monte Urpinu.
Il trenino dell’Ottocento, fiore all’occhiello del nuovo sistema bibliotecario varato nel 1968, non è mai partito. Né è mai partito il progetto generale, che prevedeva una grande biblioteca centrale e tre succursali. Solo le tre succursali, figlie senza madre, sono state costruite: ma non funzionano e sono bersaglio preferito dei sassi dei ragazzi.
Una vecchissima locomotiva, una di quelle “Winterthur” di fine Ottocento che i ragazzi, al cinema vedono sfrecciare nelle praterie assolate del Far West, assaltate dagli indiani e difese dall’eroe di turno, cui dà man forte la bionda dagli occhioni impauriti, una di queste locomotive ormai da leggenda avrebbe dovuto trasformarsi, assieme a due vetture ugualmente “d’epoca”, in una biblioteca per ragazzi.
Addobbate e complete di tavolini e poltrone, le pareti rivestite di pannelli, il soffitto dipinto di rosso e nero, le vetture e la locomotiva sarebbero state situate alle falde di Monte Urpinu.
Ma il treno non è partito. È ancora a Monserrato, nel recinto delle Ferrovie complementari, custodita con quell’affettuosa cura che i ferrovieri riservano ai treni.
Come far capire ad un ferroviere alle soglie della pensione, abituato alla precisione e alla puntualità, che qualche volta un treno può non partire? «C’era costato tanta fatica e tanto tempo rimettere a posto le vetture — lamenta bonariamente il capo-deposito Salvatore Carta — poi non se n’è fatto più niente».
Ma c’è un treno ben più grosso del “trenino di Monte Urpinu”, che non è mai partito. Si chiama “Sistema bibliotecario urbano”. Esso consisteva in una grande “Biblioteca madre” e in tre succursali: a Pirri-Bingias, a Monserrato e a Cagliari-San Michele. La bibliotechina per ragazzi di Monte Urpinu sarebbe stato il fiore all’occhiello di questo nuovo assetto librario della città, che avrebbe dovuto risolvere finalmente in modo organico la crisi della lettura pubblica.
Perché non è partito e come avrebbe dovuto funzionare questo assetto?
Le tre succursali sono state costruite. Ma nessun libro o lettore vi è mai entrato. Nessuno ha potuto rubare niente. È successo solo che i ragazzi hanno rotto tutti i vetri dell’edificio. E li hanno rotti anche nelle altre due succursali, anch’esse mai inaugurate di Monserrato e di via Premuda.
Quanto alla “biblioteca madre”, essa non è neanche nata. Il che è come dire che è stata disattesa in pieno la convenzione stipulata il 25 marzo 1968 tra il Comune di Cagliari e il Ministero della pubblica istruzione, che ne faceva il cardine del Sistema bibliotecario. Crediamo che sia la prima volta che tre figlie nascano senza madre. Un caso da non perdere per chi colleziona “vicende italiane”.
La biblioteca centrale, che secondo la convenzione doveva essere ubicata nell’attuale sede della biblioteca universitaria, che si sarebbe a sua volta trasferita nel Palazzo del Seminario di via Università, avrebbe dovuto essere dotata di un fondo librario di notevole consistenza, circa 20.000 volumi, opportunamente collocato a scaffali aperti, e di un adeguato numero di opere di consultazione generale: enciclopedie, dizionari, atlanti, manuali e così via. Sarebbe stata articolata nei servizi di prestito, informazione, consiglio e guida ai lettori, con una sezione di audiovisivi e una di storia locale, e avrebbe dovuto assolvere il duplice compito di soddisfare le esigenze dei lettori, e in pari tempo alimentare le biblioteche succursali (le quali però avrebbero avuto un fondo proprio e gli stessi servizi di quella centrale). Questo sistema bibliotecario avrebbe dovuto costituire inoltre un punto di incontro culturale, animato da dibattiti, proiezioni e manifestazioni varie.
La Biblioteca comunale attuale avrebbe ceduto la denominazione alla nuova biblioteca centrale per assumere quella di “Biblioteca comunale di studi sardi”. I non numerosi libri di argomento non sardo esistenti attualmente sarebbero stati trasferiti alla nuova struttura.
Per la realizzazione del “Sistema bibliotecario urbano”, la convenzione prevedeva che il Comune avrebbe costruito, arredato e attrezzato entro il ’70 i padiglioni delle tre succursali, e avrebbe concorso alle spese d’impianto e funzionamento del servizio pubblico, stanziando 76 milioni negli esercizi dal ’69 al ’70 a favore della Biblioteca centrale, e, a titolo di dotazione annuale, 12 milioni a partire dal ’70. Il Comune s’impegnava pure ad istituire un organico e ad assumere subito degli impiegati da mettere a disposizione del direttore della nuova biblioteca comunale.
Il Ministro, per conto suo, avrebbe dovuto assicurare nelle varie sezioni e nelle tre succursali un efficiente servizio bibliotecario (7 ore giornaliere) e concorrere al finanziamento e al funzionamento del servizio pubblico, apprestando i locali per l’ufficio centrale (con arredi e forniture varie), acquistando circa 20.000 volumi e un congruo numero di sussidi audiovisivi, assicurando il necessario incremento annuo del fondo librario e audiovisivo, contribuendo infine alle spese del programma culturale.
Perché non è stata istituita la biblioteca centrale? Sembra per la mancata disponibilità del Palazzo del Seminario. Solo dopo anni, il Ministero, sollecitato, ha concesso nel ’73 un finanziamento di 200 milioni per la costruzione della biblioteca madre altrove. Viene scelta l’area adiacente alla scuola di viale Marconi e studiato un progetto. Ma anche questo progetto, non ancora ufficiale, viene trascurato. Tutto tace nella maniera più squallida: 200 milioni perdono di valore.
Intanto Cagliari continua ad avere una sola vera biblioteca, aperta solo di mattina. L’attuale biblioteca comunale, infatti, è nata come biblioteca di studi sardi e ne conserva tutte le limitazioni. Nessuno sa dove sia, ubicata, com’è, in un punto poco frequentato e accessibile, senza una segnaletica che orienti il lettore.
La biblioteca universitaria, di più di quanto già fa, non può fare. I locali sono angusti, l’organico, già insufficiente, ha dei frequenti vuoti contingenti.
La biblioteca provinciale svolgeva una sua modesta ma efficace funzione molti anni fa, quando, ubicata in via Università, consisteva in una rete di prestito gestita dalla Soprintendenza alle biblioteche. Poi sopravvenne la Provincia, con degli ambiziosi progetti. Il risultato fu la chiusura.
“È una questione di volontà politica”, dice la funzionaria della pubblica istruzione del comune, signora Bernasconi. È facile darle ragione. Noi aggiungiamo che quella volontà non ci sarà mai finché l’opinione pubblica non farà sentire il suo peso, in modo da far circolare nei corridoi di palazzo civico quella fantasia e quell’alito culturale che vi sono, obiettivamente, assenti.
Tuttoquotidiano, 22 agosto 1976