Un teatro a misura d’uomo

La cittadella della musica e del teatro

Si anima il dibattito sul “teatrino” di Via S. Alenixedda. Adesioni di Michelangelo Pira e Teatro Sardegna

Mentre si profila in città la ripresa dell’attività politica e amministrativa si sviluppa il dibattito aperto alcune settimane fa intorno ad un problema che ci è sembrato importante: quello del nuovo teatro comunale di Cagliari.

Come è stato detto, questo teatro sta sorgendo nel triangolo compreso tra le vie Bacaredda, Cao di San Marco e Sant’Alenixedda, in quell’area, comprendente anche il Conservatorio di musica e il nuovo Auditorium, che abbiamo definito la “cittadella della musica e del teatro”.

Gli scavi per le fondazioni hanno avuto inizio nel settembre del 1972 e i lavori sono andati avanti abbastanza regolarmente, anche se non sono mancate le difficoltà. Nel settembre dell’anno scorso, ad esempio, il cantiere fu chiuso e gli ottanta operai licenziati. Motivo: difficoltà finanziarie dell’impresa costruttrice, l’impresa Cap.

Dopo alcune settimane di fermenti e preoccupazioni, i lavori ripresero: il Comune aveva trovato una trentina di milioni con cui far fronte ai pagamenti più urgenti ed aveva promesso la contrazione di un grosso mutuo, un miliardo con il Banco di Sardegna. L’operazione andò infatti a buon fine nelle settimane successive.

In seguito, nell’aprile del ‘75 intervenne un altro mutuo di quattrocento milioni. Ma di soldi ne occorrono ancora altri, un miliardo, dice l’impresa: per terminare i lavori del primo lotto, oggetto dell’appalto, che riguarda la costruzione del rustico, compresa la copertura.

Perché si parla di un “problema” del teatro comunale? Perché la solerzia dimostrata in questi anni — occorre darne atto soprattutto al vicesindaco e assessore ai lavori pubblici Ferrara — il Comune non l’ha avuta nel periodo 1972-1974? Solerzia significa cercare i finanziamenti per un’opera voluta non si sa da chi e per quali scopi e comunque senza una sicura copertura finanziaria. Aver trascurato in quegli anni l’edificio che andava sorgendo ha comportato un grosso scotto finanziario: i costi sono “saltati” e quello che poteva bastare per tutto il teatro non è bastato nemmeno per finire il rustico. I risultati sono che, pur essendosi registrato in questi anni un maggiore intervento dell’amministrazione comunale, non si intravede a tutt’oggi una data neppure approssimativa entro la quale il teatro sarà terminato, avendo più volte dichiarato il Comune che non finanzierà più l’opera, non sborserà più, cioè quei miliardi che ancora occorrono.

Il problema per il comune, l’abbiamo sottolineato sin dall’anno scorso, è quello di lavorare di fantasia, cioè di volontà politica, se non di borsa: di assumere un ruolo promozionale verso il problema, di investirne l’opinione pubblica, di sensibilizzare le autorità regionali, di pensare all’eventualità di un consorzio tra varie istituzioni cittadine, quali le università, le Camere di commercio, le banche. L’ambito regionale è indispensabile sia per la corretta impostazione culturale del problema (un teatro dalle dimensioni così anacronisticamente grandiose, non può essere gestito che su dimensioni regionali), sia per l’ampiezza dell’intervento finanziario necessario.

Da queste considerazioni è nata alcune settimane fa la proposta di porre mano subito all’ultimazione e alla rifinitura del “teatrino” interno, che gli architetti hanno progettato al primo piano della costruzione e che è già pronto come rustico. Preso atto che il teatrino da 250 posti può essere reso indipendente dal resto del complesso e autosufficiente, abbiamo suggerito di renderlo funzionante al più presto.

Contando sulla forte carica propulsiva dell’attività teatrale, abbiamo pensato di metterla al servizio di quella generale opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle autorità, che sembra ormai indispensabile per risolvere il problema del nuovo teatro comunale. Il teatrino, diventato “casa” dei gruppi teatrali sardi e sede di spettacolo per altri complessi anche non sardi, creerebbe un fervore di iniziative quanto mai proficuo per quello scopo.

Nell’ultimo intervento del 12 c.m. sull’argomento avevamo chiamato ad intervenire sulla proposta avanzata altre persone o gruppi interessati.

I primi a farlo sono stati il neoconsigliere comunale Michelangelo Pira, scrittore e docente universitario, eletto il 15 giugno quale indipendente nella lista del Pci, e la Cooperativa Teatro Sardegna, l’organismo teatrale che opera con regolarità dal 1968.

«La nuova cultura — dice Pira — in tutto il mondo chiede, e ne è capace, di autogovernarsi, chiede cioè di partecipare. Lo si vede nella scuola, nello spettacolo, nell’informazione, nel governo delle città. Il vero teatro quindi, oggi, è quello che nasce localmente da esigenze spontanee di base, per un’autorappresentazione del sociale e dell’individuale dei cittadini. Da questo punto di vista, il grande teatro in costruzione in via Sant’Alenixedda è nato contro la storia, da posizioni vecchie, provinciali (attendere l’arrivo della “grande compagnia da fuori”) e da un gusto del grandioso e del monumentale che si credevano per sempre tramontate. Così impostato, non solo il nuovo teatro non soddisfa il desiderio di partecipazione della collettività (lo spettatore difficilmente si sentirà co-autore di quello che vi si rappresenterà), ma offende, per la cifra che costerà, i bisogni primari da cui sono afflitti ancora in città tante categorie di persone. Il grande teatro nasce solo, slegato dalla realtà sociale e culturale che lo circonda. Giusto quindi proporre il “teatrino” situato dentro. Vi si potrà fare teatro partecipato. Sarà la “casa” lungamente attesa da tanti gruppi locali. Il Comune — conclude Pira — si deve dare carico urgentemente di questo problema, invertendo la tendenza che l’ha visto mortificare, anziché promuovere, le iniziative culturali».

«Tutti i soci della nostra cooperativa ascoltano con notevole interesse l’iniziativa di Tuttoquotidiano — esordisce Teatro Sardegna nella sua nota. Nel corso della nostra attività abbiamo rivolto inutilmente numerosi appelli alle autorità competenti affinché provvedessero a mettere a nostra disposizione locali adatti per l’allestimento degli spettacoli, per le prove, per la costruzione e la conservazione del materiale scenico. Da circa due anni l’Auditorium di piazzetta Dettori (di proprietà della Regione ma affidato al Conservatorio di musica che, a sua volta, convenzionato con l’Ente lirico, ne dispone per tutto l’anno) ci è praticamente vietato, per i pochi giorni che restano liberi dall’attività lirica o concertistica. Tenuto conto della necessità per noi di lavorare con continuità, per gli obblighi verso gli enti finanziatori e per il credito duramente conquistato in campo nazionale, è assolutamente indispensabile rendere disponibili nuovi spazi per raccogliere un’attività che proprio per mancanza di locali rischia di morire. Costringere noi, che lavoriamo nell’interesse pubblico senza fine di lucro, a pagare le forti tangenti dei locali pubblici o privati è sintomo di un malcostume politico che auspichiamo debba presto finire. L’unica soluzione al momento attuale — prosegue e conclude Teatro Sardegna — sembra quindi il teatrino proposto, reso agibile al più presto; un luogo fisso in cui poter lavorare potenzierebbe un servizio pubblico che in molte parti dell’isola comincia ad essere considerato come indispensabile».

Tuttoquotidiano, 27 agosto 1975