Il teatro di Barba e la realtà sarda

Successo ed imbarazzo del nuovo teatro di ricerca

I tonfi di Giancarlo Nanni e Carmelo Bene.  Le rassegne dell’E.T.I. a Roma e degli Stabili di Genova, Torino e Milano

Teatro di ricerca, sperimentazione, d’avanguardia: molte sono le sigle con cui si definisce di solito il tipo di teatro che si propone come alternativo, sul piano del linguaggio scenico, al teatro ufficiale degli Stabili o delle grosse compagne private. Altrettanto numerose le etichette che lo contraddistinguono sul piano del fare teatrale: abbiamo così i gruppi autogestiti, i gruppi di base; oppure i concetti ai quali quel teatro uniforma il suo agire: gestione sociale, animazione, decentramento.

Se intorno a questi concetti si è fatta in Italia in questi anni un po’ di confusione e quel certo gioco di recepimento compiaciuto di formule di altre civiltà così proprio delle culture arretrate, è altresì vero che un concetto generale, sia pure a rimorchio di questi giochetti-alibi, si è condensato nel dibattito teatrale italiano di questi anni. Si tratta in sostanza del concetto di “teatro nuovo”: nuovo rispetto al ricco ma algido prodotto degli Stabili, nuovo rispetto all’anacronistico rassicurante teatro delle professionali formazioni private. Il nuovo teatro portando a galla i significati di un testo ed usufruendo dell’ingegno che la povertà di solito aguzza, ha in definitiva riproposto lo specifico del teatro, il che è avvenuto spesso nel corso della sua millenaria storia: tutte le volte che l’invenzione lasciava il posto alla maniera.

Si è parlato molto, in questi ultimi mesi, della “scuola romana”, cioè di quei registi come Nanni, Vasilicò, De Berardinis, Cecchi, Ricci, che hanno dato al nuovo teatro della capitale l’impronta della genialità. Ma non va dimenticato l’altro aspetto, quello politico-organizzativo del nuovo teatro: i circuiti alternativi in Emilia-Romagna e Toscana, in parte il circuito Arci, e tutti quei gruppi che, pur confezionando spettacoli irreprensibili sotto il profilo di un corretto artigianato, hanno puntato maggiormente sui problemi della gestione sociale dell’azione teatrale, del decentramento attivo, dell’animazione, avendo di mira soprattutto il pubblico.

Il problema più grave di questo tipo di teatro è il difficile passaggio dalla fase povera e spontaneistica a quella di sufficienza economica e di presenza nei luoghi ufficiali della scena italiana. L’esempio più recente è quello di Giancarlo Nanni. Una cosa eccezionale il suo Wedekind (Risveglio di primavera) visto nel teatrino-garage la Fede a Roma, un tonfo totale il Giradoux (Ondine) fatto a Genova per quel Teatro Stabile. Un altro tonfo da registrare ancora più recente è quello di Carmelo Bene, fondatore delle cantine teatrali romane.

Non è problema da risolvere sbrigativamente, o addebitando tutto al cedimento al sistema, o mettendo in dubbio un talento fino a ieri osannato. Bisognerebbe ad esempio soffermarsi ad esaminare il ruolo che gioca il luogo scenico nello stile di un regista. A noi sembra rilevantissimo. La cantina, il garage, con tutto quello che ad essi si collega, sono intimamente legati al modo di far teatro di certi registi. Del resto, non si è parlato di musicalità per il teatro della “scuola romana”? Gli strumenti musicali, si sa, sono molto delicati.  

La nuova Sardegna, 22 febbraio 2974

Rubrica Situazione teatrale