Lo spettacolo di Barba: un’affascinante provocazione

L’Odin Teatret in Sardegna

Da San Sperate ad Orgosolo ed Olzai: in contatto diretto e autentico con la gente sarda- Recite in un refettorio d’asilo e in un granaio abbandonato

S. Sperate, 19 gennaio

Si è concluso il primo ciclo di rappresentazioni tenute dal complesso teatrale danese Odin Teatret a San Sperate. Il gruppo si è trasferito ora ad Orgosolo, dove reciterà sino a venerdì. Poi quasi sicuramente sarà ad Olzai e domenica lascerà l’isola per far rientro in Danimarca.

Perché è venuto in Sardegna “l’Odin”? Che tipo di spettacolo si è rivelato questo mitico Min Fars Hus, replicato ormai circa 300 volte in tutta Europa? E come si è collocato nell’inconsueto contesto sociale?

Queste le domande che ci siamo posti tutti in questi giorni, domande rese più pressanti dall’importanza dell’avvenimento e dalla rapidità con cui ci è precipitato addosso.

Siamo stati tra i doppiamente privilegiati “60” che hanno assistito alla “prima” svoltasi mercoledì 16. Una “prima” d’assaggio, non ancora ufficiale. Ma nulla vi è in questa operazione, di ufficiale: niente manifesti, minima pubblicità. Sembra che l’Odin sia venuto a San Sperate, non in Sardegna. Che avrebbe voluto dire, per un gruppo di tale importanza, Cagliari, Sassari, grande risonanza, pubblicità, forse mondanità, prezzi elevati.

La mancanza di battage, l’ingresso gratuito, l’assenza di manifesti (ma il paese di Sciola ha già impresso sui muri una testimonianza dell’avvenimento), l’inizio in sordina degli spettacoli alle 19 di ogni sera, l’uso di un refettorio d’asilo prima e di un granaio abbandonato nei giorni successivi, la circostanza che tutta la troupe ha alloggiato e consumato i pasti in case private ed ancora quella che gran parte del lavoro organizzativo e tecnico è stato svolto dagli animatori di “paese museo” e dai componenti i gruppi teatrali cagliaritani con I quali l’Odin era in contatto, tutto ciò induce a ritenere che Barba abbia scelto di proposito gli spogli paesi sardi come campo d’azione della sua tournée. Una gestione povera del suo grande spettacolo, che non solo fosse coerente con quel proposito, ma lo ponesse, in particolare, in contatto diretto, autentico con la gente sarda.

Di ciò, consapevoli del grandissimo livello artistico culturale del teatro che egli porta nel mondo, lo dobbiamo tutti ringraziare.

Raccontare lo spettacolo è impossibile. Non vi è trama, pochissime le parole. Più facile riferire l’impressione unanime che esso provoca: una violenta, affascinante, indimenticabile provocazione sensoriale, una doccia vitalistica di rara potenza.

Con i loro gesti, suoni, espressioni del viso, questi attori ci rivelano in 55 spasmodici minuti ciò che non siamo più, ciò che non vogliamo essere. Tutto filtrato attraverso il tema del “rapporto”. Un rapporto sempre presente, dolcemente o violentemente estenuante, dal primo all’ultimo minuto. Straziante rapporto, fatto di fulminei lampeggiare d’occhi o di carezzevoli intrecciarsi di mani. Questi personaggi-fantasma perderebbero la bellissima-atroce verità trovata se cessassero di guardarsi, di toccarsi. Stupendo!  Grazie Barba!  Grazie “Odin”!

Qualche perplessità è sembrata serpeggiare negli osservatori dell’impatto dello spettacolo con gli strati popolari ai quali l’esperimento era rivolto.

Impreparata, perché privata da sempre di uno spazio per la riflessione (non in senso artistico, quindi, ché l’avanguardia, si sa, non manda “I messaggeri” per farsi annunciare, e poi non sarebbe il caso di S. Sperate), impreparata, dicevamo, ad un tale avvenimento, la popolazione è sembrata apprezzare il rigore, l’intensità, l’impasto musica-visione, la plasticità (il primo a parlare di opera d’arte è stato Sciola) dello spettacolo, ma è apparsa anche incapace di riferire alla propria condizione gli stimoli dello spettacolo stesso.

Alle recite successive alla prima abbiamo notato un fermento più accentuato. Qualcuno che ha visto lo spettacolo, poi, vuole ritornarvi.

È indubbiamente un’espressione completamente nuova, che segnerà per molto tempo il dibattito culturale in Sardegna.

La Nuova Sardegna, 22 gennaio 1974