Si farà la legge sul teatro, ma il teatro ci sarà?

Consuntivo del convegno nazionale organizzato dal Pci a Prato

Hanno preso la parola soprattutto i burocrati del partito. Registi, attori, docenti universitari, critici di teatro hanno fatto mancare l’apporto di idee per un nuovo corso del teatro che non sia soltanto un fatto di efficienza. Diffidenze e perplessità per l’aspetto totalizzante delle proposte da tramutare in legge. La critica di Dario Fo, il mutismo dei socialisti.                                                                                     

Prato, 27

Con le relazioni delle tre commissioni e con un lungo intervento di Aldo Tortorella, responsabile della commissione cultura del partito, si è concluso il convegno nazionale Per una politica del teatro organizzato dal partito comunista italiano.

Dovendo sintetizzare il significato del convegno si può parlare di trattenuta soddisfazione da parte dei promotori del convegno, di preoccupazione da parte di alcuni schieramenti politico-culturali non comunisti, di cauto ottimismo presso gli operatori del settore, di diffuso disorientamento negli altri frequentatori del convegno, inclusi i rappresentanti del mondo accademico e della critica.

La decisione del partito comunista di scendere massicciamente in campo nel teatro italiano con un convegno preparato a lungo e costellato di ponderosi interventi da parte di membri dell’apparato e di intellettuali del partito, di intervenire con tutta la forza di cui è capace in un terreno quale quello teatrale che l’aveva visto finora soltanto alla finestra, ha preso tutti alla sprovvista. L’interrogativo sul reale valore di quest’intervento ha contrassegnato le reazioni e gli atteggiamenti di tutti i settori interessati all’argomento.

Da decenni i teatranti invocavano una legge sul teatro. Finalmente l’anno scorso i partiti, Psi, Pci, Dc, hanno messo il governo spalle al muro presentando distinti disegni di legge e mobilitando tutti i settori operativi in un dibattito sempre più stringente e preciso, tendente ad abbreviare i tempi. Il precedente ministro dello spettacolo Sarti aveva preso l’impegno di far varare la legge entro l’estate. La crisi governativa successiva impedì invece di appurare se la promessa fosse sostenuta da un’effettiva volontà politica o meno. Comunque sia, della legge sul teatro i partiti hanno ricominciato a parlare subito dopo il 20 giugno. L’argomento fu ripreso anche all’annuale convegno sul teatro promosso dall’Istituto del dramma italiano (Idi) a Saint Vincent nelle scorse settimane. In quell’occasione anche il Psdi fece conoscere un proprio progetto di legge.

Se qualche dubbio poteva permanere nell’animo dei pessimisti, questo convegno di Prato promosso dal partito che vanta una certa egemonia culturale nel paese lo ha eliminato. Il Pci — si è notato — non interviene in modo così massiccio se non si propone di far seguire subito gli atti alle parole.

Sui contenuti dei diversi progetti di legge e sull’andamento del convegno stesso avremo occasione di tornare con più calma. Oggi la cronaca-consuntivo di questi tre giorni impone di registrare che il convegno non ha accontentato nessuno, ma anche che la legge, comunque, si farà.

Le relazioni introduttive del convegno erano di Adriano Seroni (“Teatro, forma, sperimentazione, pubblico”), di Bruno Grieco (“Tendenze del teatro italiano – Ipotesi d’azione e di trasformazione”) e di Rubes Triva (“Una legge per il teatro”). Relazioni molto ampie, che hanno fatto un bilancio critico complessivo molto articolato sullo sviluppo teatrale registratosi in Italia negli anni recenti e che, dando una correzione qua e là, recependo una indicazione e smussando garbatamente l’importanza di qualche “fatto compiuto” ritenuto negativo, ha travasato tutto l’esistente teatrale, comprese le indicazioni ultime arrivate nel dibattito teatrale, quali i laboratori e i centri sperimentali, in un organico disegno riformatore. Disegno che tra poche settimane sarà presentato come progetto di legge alle nuove Camere.

È stato questo aspetto, definito “totalizzante”, che ha preoccupato alcune forze politiche e culturali, quali i settori a sinistra del Pci, rappresentati da Dario Fo e da esponenti di Democrazia proletaria, e dai socialisti, che hanno disertato le commissioni di studio e non sono intervenuti nel dibattito in modo tangibile. Se il Pci prevede tutto con tale meticolosità — hanno in sostanza argomentato questi settori politici — non c’è ragione di temere per la libertà espressiva nel periodo successivo alla riforma, al di là della legittima euforia per gli indubbi passi in avanti compiuti?

I teatranti, rappresentati in gran numero nella sala del teatro Metastasio ma assenti anch’essi dal dibattito, hanno mostrato di apprezzare il significato positivo di un intervento disciplinatore e rinvigoritore nel teatro da parte del più grande partito della sinistra, ma si sono anche chiesti se sia giusto che il partito tragga una posizione egemonica dalla disciplina di un settore reso vivo da lotte condotte da uomini e gruppi diversi, andati avanti con enormi sacrifici da soli, pur essendo in maggioranza su posizioni di sinistra.

L’impressione, tenuto conto di questi atteggiamenti, è stata che il partito comunista abbia bruciato i tempi in fatto di adeguamento burocratico-istituzionale al teatro nuovo svolto in Italia, abbia anche apparecchiato un perfetto scheletro giuridico-programmatorio, una mappa completa del teatro italiano attuale: che sia riuscito infine a individuare le condizioni in cui questo teatro potrebbe avere vita meno grama dell’attuale; ma che si sia dovuto fermare di fronte all’esigenza di trovare un soffio etico-politico nuovo, adeguato al nuovo sistema. E che sia andato al convegno nella speranza-convinzione che sarebbero stati i teatranti e le altre forze politiche e culturali (l’università, i critici di teatro) a mettere la polpa che mancava allo scheletro.

Questo apporto è mancato. Sull’atteggiamento dei socialisti alla cui fantasia e al cui spirito compromissorio si devono pregi e difetti del teatro italiano attuale, avrà pesato qualche critica udita all’operato dei teatri stabili (gestiti in prevalenza da loro) e il rammarico di veder montare una macchina organizzativa capace di togliere loro l’egemonia sinora avuta nel settore.

Tuttoquotidiano, 28 ottobre 1976

Anche la Sardegna ha i suoi convegni, Bologna, Armungia. Pezzi del ’76 che ricordo con particolare piacere, la Sardegna di base, impegnata, seria, tenace, coerente, tradita.