La prima rassegna-incontro sul Teatro-Immagine a Salerno
Salerno, giugno.
Il convegno è terminato. Abbiamo voluto raccontarlo diffusamente, riportando l’essenziale di ogni intervento, per dar modo al lettore di farsi un’opinione propria. Tenteremo qui di ricercare anche noi quali siano state le linee emergenti del convegno e di mettere a fuoco le considerazioni ch’esso ci ha suggerito. Ma prima, sia per il lettore che per noi, un’ultima testimonianza, che ci pare non superflua a quel fine.
Nella serata conclusiva del convegno si è tenuto, come abbiamo riferito, l’ultimo spettacolo della rassegna: Lo spettacolo del giorno dopo. Esso si presentava, per quelle poche indicazioni che ci erano state offerte, come un’idea di spettacolo interessante, nonostante lo spunto pirandelliano di teatro nel teatro che faceva arricciare il naso a molti. (Apro una parentesi: occorre reagire all’atteggiamento di sufficienza mista a cinismo che noi italiani, nel far cultura, abbiamo verso i nostri classici e verso le nostre radici più genuine; ne riparleremo). Gli attori avrebbero recitato le ultime prove dello spettacolo, con l’atmosfera di palcoscenico che le accompagna: le difficoltà, gli scontri personali, gli slanci emozionali. Il risultato? Una stupefacente, vitalizzante doccia teatrale.
Questi ragazzi torinesi, giunti stravolti per la stanchezza e le vicissitudini di un lungo viaggio, hanno messo su qualcosa di grande, che per metà è merito loro e per l’altra metà del teatro. Era in loro, certo, l’idea del teatro nel teatro: ed infatti il meraviglioso atrio del “Verdi”, le scale, i corridoi, le strutture architettoniche, le statue ornamentali erano state da loro tutte vestite e animate, essi recitavano dai palchi, tra il pubblico della platea, calavano cadaveri dal prezioso soffitto del teatro, facevano piovere centinaia di aeroplani di carta sul pubblico etc. Ma non era in loro completa consapevolezza del coinvolgimento che lo spettacolo poteva creare nel pubblico, né erano preparati a fondo a usare il pubblico e i suoi spunti come materia teatrale: quasi sicuramente volevano “andare lisci”, pur nell’ambito di uno spettacolo di audace teatro nel teatro. Senonché, ecco la sorpresa: tutto il pubblico era quanto mai ricettivo e pronto, chi per naturale “maturazione” dopo una settimana di teatro sconvolgente che aveva fatto lievitare la fantasia e gli umori, chi per stanchezza o insofferenza verso i precedenti spettacoli (rispetto ai quali questo era eretico), chi infine (l’entourage del convegno) per un naturale desiderio di passare dal pensiero all’azione (il motivo dominante alla fine era la festa). Ed allora alla fine è successo proprio così: che Giuseppe Bartolucci, lo studioso (anche se di teatro) rigoroso, è salito assieme al pubblico sul palcoscenico a metà spettacolo, per un improvviso irresistibile happening (l’interruzione è avvenuta per uno scatto di nervi del regista, disorientato dal bailamme benefico che lo spettacolo aveva creato in sala e nei palchi, ma aveva trovato il pubblico coinvolto e tutto si era risolto meravigliosamente bene). Prima, gli illustri ospiti s’erano seduti sul pavimento nel corridoio della sala e giocavano col cadavere penzolante. L’intervallo sul palco (gente che giocava con gli oggetti e i costumi, che intervistava gli sconosciuti attori, che ne rincuorava altri come si fa nell’intervallo di un incontro di boxe, ne riceveva le confidenze etc…) terminò per desiderio del pubblico: “Sentiamo e vediamo il resto”. Il pubblico voleva in effetti dare la possibilità a sé stesso di continuare, di partecipare: il teatro lo stava liberando.
Questo ulteriore fatto che all’ultimo momento (non si sapeva assolutamente niente di questo spettacolo, presentato in prima a Salerno) veniva ad aggiungersi a quelli considerati dal convegno, si collocava verso di esso come una provocazione e insieme un completamento. E vedremo perché.
Ma torniamo alle idee espresse da questo convegno.
Teatro-immagine. Si è riconosciuto unicamente che tuta l’avanguardia teatrale, italiana e mondiale, vi si orienta. Vi è un padre: Robert Wilson in America, i giovani registi che abbiamo menzionato, con in testa Nanni, nel nostro Paese. Vi sono dei teorici e degli studiosi che lo interpretano, ne catalogano e scindono i momenti, lo sottopongono ad un rigoroso setaccio, ne prospettano ulteriori sviluppi. In Italia essi gravitano attorno alla rivista La scrittura scenica. Al convegno essi avevano i nomi di Bartolucci, che desidera che il nuovo gusto dello spettacolo investa un pubblico sempre più vasto (“uscire dalla cantina”, “autogestirsi”), Italo Moscati, a cui si deve una teorizzazione in chiave politica del fenomeno (incidere politicamente non per i contenuti ma per i modi del far teatro: nel nostro caso l’immagine scalza la parola del sistema teatrale), Eugenio Battisti, il quale colloca l’aggressività del teatro-immagine all’interno di precise “strutture linguistiche espressive”: quelle ricavate dal dadaismo (ma perché voler lasciare l’immagine in cantina se poi si accetta che essa ci avvolga e sommerga nel nostro appartamento?)
Presupposto di queste e di altre forme di nuovo teatro è il rifiuto totale e indiscriminato del teatro tradizionale. In questo senso la relazione di Achille Mango ha ben individuato le lacune del tragitto produzione-consumo, un tragitto non dialettico, un rapporto casuale, un teatro apolitico.
Animazione teatrale. L’altra strada del teatro, individuata, è il teatro di partecipazione. L’hanno indicata, oltre al gruppo di studiosi romani facenti capo all’Università e alla rivista Biblioteca teatrale, Mango (rifiuto della produzione, rinuncia al teatro come fatto creativo), Rostagno e Scabia. Quest’ultimo ha però eliminato la distinzione e nella partecipazione ha individuato una base comune nell’operare teatrale, e l’ha legata strettamente all’immaginazione, categoria estetica desunta dall’altra più tecnica che dava nome al convegno.
Anche Boatto ha rifiutato le distinzioni nette: la sua proposta, preziosissima e acuta, è stata il procedimento interrotto di messa a morte. Per esprimerlo è partito dal concetto di teatro-festa, una delle forme di teatro di minoranza indicate dal gruppo romano, ma non ha escluso che questa idea di teatro possa essere usata dall’avanguardia (“esca dal cinismo e dall’utopia”).
Indubbiamente, però, in questo campo il maggior apporto, ed era atteso, è venuto dai romani Marotti, Cruciani e Taviani. E il loro è un discorso di fondo che condividiamo. Essi ritagliano e ricuperano dal grande fatto generale spettacolo teatrale, il teatro inteso come necessità, come funzione attiva. In tutte le forme proposte di questo teatro di minoranza (la festa, il gioco, l’animazione) esiste un rapporto dialettico tra produttore e fruitore, non vi è più delega, il pubblico è identificato e non indifferenziato (non-professionismo).
Questo, in sintesi, l’andamento di un convegno che ci è apparso estremamente interessante, perché dialettico. Talmente aperto e dialettico (si doveva parlare di teatro-immagine e si è finito per parlare d’altro), che viene il sospetto di una astuta provocazione. Provocazione inventata da uno studioso-artista come Bartolucci che porta con sé le due anime rivelate del convegno, la ricerca espressiva e l’animazione, settori dei quali egli si occupa con eccezionale vitalità. Confermerebbero il sospetto sia la imbarazzata soddisfazione allorché si aggirava col pubblico sul palco invaso, la sera dell’happening, sia, su un piano diverso, le dichiarazioni rese al convegno: “il senso politico del far teatro nella feconda contraddizione tra la neo-avanguardia e l’animazione”. Un intellettuale dubbioso, dialettico che forse provoca se stesso più degli altri: questa l’immagine che ci piace riportare dell’organizzatore del convegno.
Dialettica, certo. E in questa chiave desideriamo concludere esprimendo le nostre considerazioni. Il Granserraglio di Torino l’ha rivelato ancora una volta: il teatro è un fatto di libertà e di creatività, non sopporta definizioni o indicazioni che abbiano il tono dell’apoditticità e assolutezza.
Non siamo d’accordo con la drastica critica del teatro tradizionale. Questo non manca di talenti che possono fornire operazioni di cultura e di estro immaginativo. E ne ha i mezzi. L’atteggiamento del convegno a riguardo, assieme a una certa aura di santità iniziale con la quale ci si preparava a celebrare il rito del teatro-immagine, è stato davvero di un irritante disinteresse. Si è giunti a relegare Giancarlo Nanni tra i ferri vecchi di questo teatro tradizionale unicamente perché approdato allo Stabile di Genova. (Qualcuno, è vero, si è permesso di dire che i pericoli del sistema sono dovunque, anche fuori di esso). Nel teatro tradizionale non esistono che pochissimi orchi cattivi, chiusi ad ogni novità. E, soprattutto, c’è da dire che i concetti sul nuovo tipo di rapporto con il pubblico vanno doverosamente portati dall’intellettuale laddove essi possono maggiormente essere utili.
Il vizio dell’Aventino.
Senonché anche in teatro si mostra il vizio dell’Aventino, lo scontroso mettersi in disparte, così come si mostra il rifiuto di qualsiasi tradizione o substrato culturale nazionale e si opera in fuga verso l’esotismo, l’intellettualismo. Il teatro-immagine (il quale dovrebbe teorizzare ancora qualcosa: che cosa distruggere e che cosa salvare; di irrazionalismi culturali sfociati in disastri mondiali ne abbiamo già abbastanza, e Scabia l’ha avvertito: quando si scatenano i bambini, scatta il nazismo) non ha cittadinanza che presso alcune élites; e comunque non certo presso i pubblici di provincia e del Mezzogiorno d’Italia. A questi pubblici farebbe un gran bene una moda che non riesce a radicarsi nella nostra cultura, forse perché ha bisogno di molto studio e rigore: una drammaturgia italiana, che metta in scena non già Niccodemi o Fabbri o Betti, o non soltanto loro, ma nuove opere sui problemi tipici di casa nostra, della nostra società di oggi, che sono numerosi e sono solo nostri.
I risultati del convegno sono lì, preziosi anche per questa direzione drammaturgica. Un teatro di minoranza, regionale, provinciale, comunale, rionale, di quartiere, che nasca insomma dai bisogni e dai problemi che difficilmente il teatro di consumo creativo può interpretare: un teatro a partecipazione, che sia anche un teatro di forte presa emozionale, energicamente immaginativo, e sia capace di individuare il nemico e di dividere. E, in generale, un teatro che se si era degradato a pigro e incolto passatempo deve tornare ad essere pensiero, il pensiero esaltante e creativo che il teatro può restituire all’uomo della società industriale. “L’utopia della comunicazione non politica”, come dice Scabia, “la propria parola dimezzata da quella dell’altro”.
Il secondo convegno è a Milano, sulla canzone italiana, promosso dall’Unla, sindacato compositori e librettisti, che ha lo scopo di proteggere la canzone italiana da una legislazione sbilanciata verso il prodotto esterno. Se ne lamentano gli storici della canzone italiana presenti, Bixio, Cherubini, Schisa, Panzuti, Pallesi, Kramer, Astro Mari (di Olbia), Sciorilli, Cichellero, Parenzo, Alberto Testa (“Dimmi quando…”). Ecco il vecchio Bonagura lamentare che …l’ora dell’aria sonora viene a tutte le ore. C’è in ognuno di noi un desiderio di aria muta, ma non se ne trova. La troppa musica è come una minestra che ti venga servita a tutte le ore, nessuno mangia… Si elogia il ruolo storico avuto dalla radio, ma si passa presto alla denuncia: musica di infima qualità, dilagare dell’analfabetismo musicale, mancanza di una legislazione che tuteli la categoria. Anche nel settore della classica la Rai Tv sembra essersi completamente dimenticata della produzione nazionale. E si propone di stimolare la creatività, d’introdurre la musica nelle scuole, di valorizzare le opere, difendere gli autori.
Si resta nel teatro. La triplice veste di giornalista, di presidente del Teatro Sardegna e di critico iscritto all’associazione che organizza il convegno nazionale “Per un teatro nel Meridione”, porta il nostro eroe a Palmi Calabro. L’argomento è di politica teatrale in generale, calata nel solito dannato Sud italiano. Rispetto ai convegni precedenti, novità della dettatura alle lontane dimafoniste del giornale, da una trattoria o dalla camera dell’albergo.
Tre giorni, tre articoli.
La Nuova Sardegna, 23 giugno 1973