Tiziana Dattena

Attrice

Tiziana Dattena

Compagna del mio rilancio

Esile, Tiziana. E forte, “come l’erba è più forte del toro: si rialza infatti”. Compagna del mio rilancio, mi venne da definirla.
Ciascuno è per gli altri una persona diversa, e Tiziana sarà stata altro per la madre, i fratelli. Ma per me, in quel brutto momento dell’abbandono della vecchia cooperativa Teatro di Sardegna e del passaggio ad un incerto nuovo, Tiziana fu salvifica, determinante per il nuovo approdo che è, dal 1982, Il crogiuolo e il Teatro dell’Arco.
L’anno precedente mi aveva telefonato. Voleva fare l’attrice e all’incontro al vecchio bar Laconi trovai non la solita ragazza confusa, velleitaria, attratta dal mito dell’attore, ma una ragazza decisa, consapevole delle proprie possibilità, e un’intelligenza, una sensibilità creativa che da quei grandi occhi veementi di vita mi comunicavano entusiasmo, energia, stimolo. Ero solo, e ne avevo un bisogno disperato.
Aveva avuto già un’esperienza teatrale, ma l’abbrivio veloce lo prese con me, con le prove in cui subito la coinvolsi, al circolo di via Piccioni gentilmente prestato, di quella Terra che non ride che già stavo affrontando da solo. Qualcuna di quelle preziose poesie gliela cedetti, altre, ad una ad una, me le rubò con altrettanti sorrisi maliziosi.
La costrinsi nel drammatico, ma lei voleva fare il brillante; recalcitrava, come quando le imponevo di scrivere la cronaca dei vari spettacoli che avremmo fatto, più di un centinaio, negli anni tra l’’82 e l”84 , in piazze e biblioteche, chiese e cinema, teatri e aule scolastiche; recalcitrava protestando come fanno i bambini, ma poi mi ascoltava.

Bevemmo vino nel bar di Giovanni di via Azuni, brindando con gioiose e trionfali risate al contratto d’uso dell’allora teatrino San Michele di via Portoscalas in concessione ai Gesuiti, che dopo pochi giorni diventava il Teatro dell’Arco.
Ricordo i viaggi. Bosa, Sassari, Porto Torres, Bitti, dove la fotografai. A Roma ricordo la stazione Termini, il suo saluto dal finestrino, raggiungeva il fratello Giampaolo a Venezia, dove faceva il mascheraio.
A Milano, al glorioso Teatro dell’Arte di Strehler, dopo lo spettacolo esitava a raggiungermi in palcoscenico per gli applausi, dovetti andare in camerino dove era andata a rannicchiarsi e strapparla a forza da lì.
E anche allora sulle labbra quel broncio che fanno i bambini quando vogliono ottenere qualcosa.
E Padova, la maledetta tappa della malattia. La mattina dell’operazione con i fratelli alla Basilica di S. Antonio: mi venne da sollevare gli occhi alla volta, io che non andavo ormai più da anni in chiesa, e sussurrare in un improvviso campidanese: “castia, non ti scimprisi!”, con un’improntitudine che forse mi fu fatta pagare…

Ricordo, dieci anni dopo. Programma di sala “La terra che non ride”, 9 novembre 1995