Rino Sudano
Rino Sudano, come tutti i maestri, suscitava nell’allievo l’egoistico desiderio d’averlo tutto per sé.
Dopo tanti anni di carriera, ebbi la fortuna d’essergli, appunto, allievo. Il primo ch’ebbe in Sardegna, per poche stagioni: dall’85 all’87, le stagioni di Woyzeck e Girotondo, quando assieme a me gli furono allievi con Il crogiuolo al Teatro dell’Arco anche Enrico Pau, Senio Dattena, Cecilia Sechi, Simonetta Soro, Donatella Sechi, Teresa Davoli, Mario Milia, Alberto Sanna.
Dopo, la fortuna toccò a numerosi altri. Fino agli ultimi che, facendogli da famiglia, l’hanno accompagnato all’uscita di scena, quasi restituendo a nome di un’isola quel che il Maestro in vent’anni a quell’isola aveva dato.
Quello che di lui posso dire è relativo a quel breve tratto di strada. Forse bisognerà che ciascuno racconti il senso del proprio tratto di strada, perché un grande patrimonio non vada perduto e per onorare un’esistenza che solo di teatro è stata intessuta.
Dell’esperienza della ricerca teatrale italiana, di cui fu protagonista di primo piano, Rino ci distillò la parte sana, non lesinando parole dure per l’imbroglio intellettuale in cui s’era cacciata.
La parola, la parola nuda dell’autore, restava, dell’implacabile riduzione in pristino cui sottoponeva il corpo dell’azione scenica, incrostato nella pratica teatrale di manierismi, compiacimenti, conformismi.
«Inutile che carichi, nella parola c’è già tutto». Parlava della parola poetica, svelante, la verità della condizione umana, niente a che vedere, il suo, con il “teatro di parola”.
E lo spazio scenico. Lo spazio da citare, perché è lì che siamo, non altrove, altrimenti si finisce col fingere di recitare: due finzioni!
E il ritmo. Una musicalità imposta dal rispetto di quella parola.
Ci “davo dentro” in quel Capitano, sulle prime, e lui sorridendo diceva: calma, calma, prima il ritmo, poi, dentro il ritmo, tutto ciò che vuoi!
Scartava molte proposte di testi, aveva bisogno della corrispondenza ad un’idea di teatro che era tutt’uno con un’idea della vita.
Amava la vita con la stessa furia che metteva nell’intransigenza artistica. Memorabile l’allegria di quella serata in trattoria, a passarsi di mano quell’orata, assieme a Enrico e Cecilia, per annusare se fosse fresca.
In quel 1985 telefonò per affittare l’Arco. Fu la prima volta di Finale di partita in Sardegna, e di altri pezzi, sempre con l’amata Anna D’Offizi. Da lì nacque il laboratorio che sfociò in Woyzeck. «Qui almeno si respira aria pulita», diceva. Fu il massimo che gli sentii dire. Venivamo da storie diverse.
Ma io gli fui e gli sono allievo devoto.