Pino Ferrari

Architetto

Pino Ferrari

2 agosto 2002
L’Unione Sarda

Le forme dell’architettura pubblica, quelle con le quali il cittadino ha un rapporto quotidiano, vivono quasi sempre nell’anonimato. Chi le ha create? Oggi ne ricordiamo uno, scomparso giorni fa a 72 anni, a cui dobbiamo la ristrutturazione del Terrapieno, di Piazza del Carmine e, tra qualche mese, di Piazza Garibaldi, per citare alcune delle opere pensate in oltre un trentennio da Pino Ferrari, vulcanico architetto veronese innamorato della Sardegna, grande uomo e grande artista.
“Era il migliore per la genialità della composizione architettonica, per l’entusiasmo e il coinvolgimento che esercitava su tutti. Aveva la mano dell’artista, i suoi progetti sono pitture animate…”, dice Gigi Malgarise, autore del piano di recupero dell’area dell’ex aeroporto di Monserrato, col quale Ferrari aprì uno studio, nel ’70.
Flavio Gugole, un altro più giovane collega aggiunge: “Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo non può non essere stato contagiato dalla sua personalità gioiosa. Dall’anima estraeva, assieme a un sorriso sempre pronto, una smisurata passione per l’interpretazione dello spazio nelle forme urbane, edilizie ed oggettistiche”.
E Yuki Potenza: “Era un uomo fuori dal comune, dalle progettazioni architettoniche passava alla poesia delle ceramiche Raku in un’infinita ansia di ricerca”.
La ceramica, l’argilla… Ricorda Luigi Nioi, l’artista di Assemini: “Quando andava a Siliqua, alla scuola di volo per i piccoli aerei radiocomandati, passava da me. Era affascinato dalla plasmabilità dell’argilla. “Sai Luigi, diceva, per la vecchiaia vorrei proprio fare ceramica, m’insegni? Come dirgli di no?

E imparò. Ma in Brasile, in quei corsi per insegnare l’arte ai ragazzi delle favelas, dovette lasciare a me le lezioni di ceramica e tenere per sé solo quelle di pittura”. Ciò non gli impedì, a San Zeno di montagna dove viveva, di metter su una casa-laboratorio, in cui troneggiava il forno per lavorare la ceramica.
La pittura, vecchia passione. Racconta Corrado Gai: “Con lo sporcar si trova, questa la frase scritta da Pino su un cartello nello studio di pittura che s’era fatto a casa mia. Voleva dire ricerca continua di forme, di colori, per nuove dimensioni della realtà… paesaggi assolati, rocce, case, ruderi, cieli azzurri, fissati sulle tele in defatiganti giornate di lavoro all’aperto, a cercare di “sentire” la sardità attraverso il paesaggio”.
E c’era il Ferrari compagnone, amante della buona cucina, del buon vino, entusiasta per tutto ciò che era novità, impegno, arte, vita, come amano ricordare gli amici Giorgio e Pinella Sanna: “Alle due del pomeriggio era lì, sul pontile della Lega Navale, ad aspettare il nostro rientro dalla veleggiata nel golfo. Si stagliava sul pontile la sua sagoma alta, dinoccolata, i capelli nel vento, la barba da antico patriota, mentre agitava le braccia come ad imitare il volo di un gabbiano”.
Questo era l’uomo, quasi un altro rispetto a quello degli inizi “continentali”, dello studio Albini di Milano, del Movimento moderno, delle opere di Alvar Aalto, dell’architettura veneziana di Carlo Scarpa, il Ferrari che imparava l’arte di dialogare con la materia sino alle sue scale più piccole.
La mia casa ristrutturata nell’80 è opera sua. E suo il ritratto di Tiziana Dattena, cara attrice perduta.