Giorgio Polacco

AMAVA IL TEATRO, GLI DOLEVA LA VITA

Giorgio Polacco

29 agosto 1992
L’Unione Sarda

Incontrai Giorgio Polacco negli anni Sessanta a Firenze, alla “Rassegna internazionale dei Teatri Stabili”, che ideò e diresse tra gli anni Sessanta e Settanta. Fece conoscere in Italia un grande numero di registi, attori e compagnie di livello mondiale.
Aveva esordito giovanissimo vincendo un premio indetto dallo Stabile di Trieste, sua città natale, e cominciando a scrivere di teatro, musica e cinema sul Piccolo.
Lo ritrovai in seguito ad altri convegni, spettacoli, e alle riunioni dell’Associazione nazionale critici di teatro alla quale anch’io appartenevo. Ricordo Milano, Mondello, Trieste, Bologna, Roma, e la Madonnina di Santu Lussurgiu, quella notte di neve del ’78, in vestaglia da camera, infreddoliti e smarriti, lui e Renzo Tian. E ricordo il suo sodalizio forte, che invidiavo, con De Monticelli, Savioli, De Chiara, Bertani, Guazzotti, Boggio.
Era un grande viaggiatore teatrale, acuto e appassionato conoscitore delle ribalte straniere. Contribuì a sprovincializzare il dibattito teatrale nel nostro Paese. Redattore della rivista Sipario, fu traduttore, adattatore e collaboratore di varie istituzioni teatrali, tra cui lo Stabile del Friuli, il Piccolo di Milano, la compagnia di Glauco Mauri.
Provavo soggezione nei suoi confronti. Un sentimento che proveniva dall’identificazione che facevo tra il suo stile e le mie aspirazioni di allora. Mi appariva un intellettuale borghese alla Thomas Mann, rigoroso e pugnace, progressista e gentile, appassionato ed elegante in tempi di impegno sbracato. Trovarci noi due soli in una stazioncina calabrese, quel giorno del ’75 o del ’76, in attesa del treno per Palmi, dove ci attendeva un convegno, entrambi con una portatile, non mi sembrò così casuale.

Per difendere Giorgio Polacco, licenziato da Momento Sera perché si era opposto alla censura di Ultimo tango a Parigi, vi fu in Italia il primo sciopero giornalistico per motivi culturali. Lo sostenni a Tuttoquotidiano.
Chi lo conosceva s’aspettava che venisse a mancare da un momento all’altro, tanti erano i malanni fisici che l’affliggevano, e così radicata in lui una specie di pre-malattia, non diagnosticabile ma avvertibile, rivelata non già dal fisico gracile, quanto da quei silenzi, da quell’appartarsi; la malattia di vivere intensamente e irrimediabilmente soffrire, per la quale chi lo avvicinava sentiva di doverlo proteggere. Lo vedevamo scendere dalla sua camera, salire sul pullman, andare a prendere posto in platea o a un convegno o a tavola, sempre impercettibilmente barcollante, col viso febbricitante. Era presente, lucido, ma nello stesso tempo sembrava soffrire, come se si fosse sempre lasciato dietro una notte in bianco, una telefonata tragica, un pezzo che non riusciva a venire.
Neanche il modo in cui è morto, appena cinquantenne, cadendo forse per malore in un burrone della Cima Sella sulle Dolomiti, mi ha sorpreso. Così come quella febbre poteva finire di consumarlo da un momento all’altro, quell’andare barcollando nella vita e sul terreno lo candidava a cadere. E che sia andato a fare le ferie in montagna, lui a cui tutti avrebbero suggerito la pianura, è la dimostrazione che c’è qualcosa che ci spinge, nostro malgrado, ci sono persone che non vogliono morire nel proprio letto ma sul terreno della loro sfida al mondo e al tempo. Se Giorgio Polacco barcollava perché questo tempo non merita di posarvici, si può pensare che egli sia andato a scegliersi il terreno più impervio per un’ultima passeggiata nel mondo: elegante triste stambecco in lotta impari con le rocce.