Francesco Origo

Regista

Francesco Origo

Grande maestro Francesco Origo, grande talento, di quelli che sanno maneggiare gli arnesi di scena come le parole di Moliere. Nel 1996, l’impegno, la consonanza si traducevano in sodalizio di due anni. Primo impatto, Le nozze dei piccolo borghesi di Brecht, in cui lo scampolo artigiano della maestria di regista forgiata allo Stabile della sua Genova lo porta a inventare fratture invisibili alle sedie che al brindisi dovevano portare al crollo, gioco ma anche metafora di quello hitleriano. Al lungo tavolo del pranzo sedevano sposi e loro amici, e il via alle risate di quella tragicommedia bene illustrata poi dalla critica, in particolare da Vito Biolchini, lo dava il padre rimbecillito della sposa, cui seguiva la cruda narrazione del vuoto che circonda ogni convivenza convenzionale, che ritroviamo nelle operine successive Voix de ville e Famigliole. Vi esordivano talentuosi giovani attori, tra cui Rita Atzeri.

Al meno giovane la gloria toccò l’anno dopo: un picco delle mie capacità attoriali in Io, Feuerbach, diretto da lui, “un vero boccone prelibato assaporato con passione e fatto gustare al pubblico”. Da uomo di mare Francesco amava spazi ampi. Così, dopo un po’, andò per la sua strada fondando Cajka con gli attori delle Nozze che si erano proiettati su di lui. Ma non cessò di assistermi, compiendo il miracolo di sopportarmi anche tenore in Torna caro ideal e Zazà del varietà. Tutto avvenuto in uno spazio chiamato Teatro dell’Arco, che un giorno, per appendere all’esterno lo striscione di un debutto, andò a visitare fino al culmine su una scala: arrampicata non molto diversa da quelle che faceva per le vele della sua barca.