Corrado Gai

Scenografo • Dirigente del “Teatro di Sardegna”

Corrado Gai

Veleno dolce al Sisifo venuto dal mare
24 ottobre 2005
Il Giornale di Sardegna

Sisifo, Penelope, Estragone, Wladimiro, quante figure mitologiche della fatica reiterata, dell’attesa disperata, vengono in mente a pensare alla scomparsa di un altro teatrante. Stillicidio di un lavoro sempre in bilico, non riconosciuto.
Quante gocce di veleno, una in ciascuno dei poco meno di quindicimila giorni di una vita spesa per il teatro, avranno invaso le fortissime fibre di Corrado Gai?
Quarant’anni di teatro, dagli esordi artistici livornesi alla leggenda della Cooperativa Teatro di Sardegna. Nacque il teatro sardo. Ma governanti e giornalismo specializzato, lasciarono quel nudo neonato poco meno che in un cassonetto, occorreva che noi stessi gli mettessimo le fasce: spazi, soldi, leggi, scuole, circuiti. Neanche questo servì. Altrove, nell’Europa alla quale noi guardavamo, gli artisti trovavano queste cose già fatte da altri, dovevano solo suonare.
Finì che “la neve si trasformò in fanghiglia”. Quel leggendario teatro, un declino. E il governo regionale, di sinistra, oggi mette il suggello.
E suggello sembra anche questa morte. Una scommessa perduta.

Così se ne è andato Corrado. Un uomo rinascimentale, un pregiatissimo dirigente di politiche culturali, un artista colto e informato di drammaturgia e critica. E un uomo di rara umanità, ombroso e dolce, sobrio, solido, concreto, dall’accesa passione politica, dal temperamento focoso di buon toscano, tenuto a bada con fremiti di narici dalla sapienza pedagogica. Elevare gli sfortunati, ascoltare, capire, dare la parola, far prendere coscienza.
Gli devo molto. Glielo dissi con versi di Brecht. “Coloro ai quali affidavo la lettera la buttavano via, ma chi non curavo me la riportava, così ho imparato.”
A Brecht associava Don Milani. Così come all’erculeo “Odino”, come lo chiamavano Bruno e Gianni, associava il tenero Geppetto, quando sembrava ti dicesse sempre “vedi, si fa così”, e attorno scodinzolavano i suoi cani.
Si batteva per un teatro pubblico regionale, per sbaraccare sia l’ordinato disordine dei contributi a pioggia senza legge, sia le stanche ripetizioni regionali di qualche formula pubblica già fallita in campo nazionale.
Basta così, mi direbbe.
Certo. Su rami così folti occorre salire con altri tempi e modi. Qui si guarda solo l’albero. Che è una quercia.
Chi vuole può salirvi, però. La loro casa, sua e di Paola, ha le carte ordinate. Quella generazione lascia tracce.