Gianni Minà
Nel luglio 1982 all’anfiteatro cagliaritano va in scena il Festival di arti varie Sa ferula, sei, sette serate, nato da quella generosa, disordinata inventiva che possiede d’un tratto alcuni italiani, nel nostro caso Enrico Marongiu, ideatore e organizzatore dell’iniziativa che riesce a portare a Cagliari Ray Charles, Juliette Greco e Georges Mustaki. Ho perso di vista Enrico Marongiu. In un successivo spettacolino itinerante, “Eris oi e crasi” letteralmente mi buttava in scena vincendo una ritrosia che ora mi sembra paradossale. Ho l’impressione che il sistema spettacolo sardo non abbia reso il dovuto omaggio alla passione e generosità di Enrico Marongiu.
Si esibiscono assieme ad artigiani che lavorano a vista sul palco per la durata della serata portando a termine ciascuno una propria opera. Del Festival ero il presentatore, gioia e orgoglio d’aver dato il benvenuto sul palco, davanti a spalti gremiti, a quei miti e a quella Sardegna concreta dell’interno così sanamente lontana dalla spocchiosità snobistica cagliaritana.
Ma la prima sera feci l’attore. Ad avere l’onore di inaugurare il Festival e ad intervistare Ray Charles c’era Gianni Minà, il giornalista d’assalto amante dell’America latina. Dopo Ray Charles mi chiamarono a recitare alcune poesie, Masala, Foscolo, Sini…, avevo in preparazione “La terra che non ride”. Ci sono tanti silenzi. Quello di migliaia di persone in un anfiteatro, assoluto e palpitante come lo intesi, è un silenzio che non si dimentica. Sarebbe venuto più tardi il vibrato virtuoso del teatro dell’Arco.
E Minà m’intervistò. Mi chiese tra l’altro: “Perché questa terra non ride?”. C’erano schierati, pronti ad eseguire il loro ballo, i componenti di un gruppo folk. Indicai allora semplicemente i volti delle donne, che lasciavano vedere solo gli occhi. E aggiunsi poche parole sulle delittuose ragioni storiche del silenzio dei popoli, anche se stavo parlando a un maestro di popoli oggetto e non soggetto di storia…