Luigi Maria Lombardi Satriani
“La storia della Sardegna documenta un abbandono da parte della classe dirigente”. L’intervento più vibrante a difesa della peculiarità sarda, nel dicembre del 1978, a Macomer, al convegno Per un teatro nel meridione lo fa l’antropologo calabrese Luigi Maria Lombardi Satriani; “di solito tale disattenzione viene denunciata sollecitando interventi che possiamo definire “della dimenticanza”: alla colpevole trascuratezza dei governi precedenti si porrebbe rimedio con la solerzia attuale…; in realtà non di trascuratezza bisogna parlare, ma al contrario di consapevole strategia, di attenzione, non di stato assente, ma di stato presente, una presenza totalmente repressiva. Lo Stato italiano si è realizzato nel meridione sostanzialmente come fattore di disgregazione, negazione della sua specificità, distruzione della sua identità culturale. La cultura ufficiale è stata oggettivamente complice di tale gigantesca opera di distruzione”.
Il convegno si doveva svolgere a Santu Lussurgiu, al rifugio La Madonnina, ma una tempesta di neve aveva fatto saltare la cabina della luce nella zona. Accompagno di notte in auto Ghigo De Chiara, il critico dell’Avanti, amico comune, vediamo cavalli bianchi che corrono sotto la tempesta di neve, al Rifugio troviamo gli avanguardisti del direttivo che, scesi dalle camere, sono lì, sugli ultimi gradini, in vestaglia, una candela in mano, in testa Tian, il presidente, che con tono brusco frenato dall’educazione: “Faticoni, ci spiegherai…”. Risolvo dirottando il convegno al motel di Macomer, a quindici chilometri. Dirà Maricla Boggio, anima veemente dell’associazione:”
Il discorso del teatro non poteva scindersi dalla memoria di secoli di emarginazione, di responsabilità politiche ben al di là della carenza di sovvenzioni o strutture.”
Apprendo della scomparsa del maestro mentre sfoglio il giornale sulla panchina di un parco di Firenze. A corredo ha l’elogio di un’allieva: “…acuto, colto, eclettico, ispiratore di intere generazioni di colleghi, una carriera accademica lunga e prestigiosa, un maestro del libero pensiero e dell’osservazione sociale attenta alle classi popolari e ai mutamenti del Bel paese. Le sue lezioni erano un fiume in piena di rimandi alla grande letteratura, alla storia, alle Arti. Infrangeva volentieri gli steccati disciplinari. Nel Sessantotto elabora il concetto di folklore come forma di contestazione, che fa uscire la civiltà contadina dall’angolo buio della storia, e la ripropone come cultura del presente, non semplice sopravvivenza. Restituisce una dignità culturale a braccianti e veggenti, tarantolate e poeti contadini, migranti e proletari. La libertà del pensiero è la sua vera grande eredità”.
Avevo in comune con Lombardi Satriani una periodica frequentazione dei convegni dei critici teatrali; aveva presentato con Maricla Boggio e Gian Franco Mazzoni a Roma il mio Teatro contemporaneo in Sardegna, e segnalato all’editore Armando il romanzo Il trapezista fiducioso.