Mario Faticoni

Sardo veronese, è uno dei principali protagonisti della nascita del teatro moderno in Sardegna. Fondatore di gruppi, attore teatrale, cinematografico e televisivo. Docente di arte scenica al Conservatorio musicale. Drammaturgo. Giornalista, collaboratore de La nuava Sardegna, redattore professionista di Tuttoquotidiano, direttore del periodico Spettacolo  e redattore del tg de la Voce Sarda. Scrittore, autore di Teatro contemporaneo in Sardegna (AM/D, 2003), Tumulti quotidiani (Tema, 2009), Suono di pietra ( Condaghes, 2010), Svegliatevi sardi! Intervista a Costantino Nivola (AM/D, 2013), Un delitto fatto bene ( Delfino, 2015), Se quel guerrier io fossi, album disegni giovanili (Arcostudio- I racconti dell’archivio 2017). Campo maggiore d’impegno, il teatro.

La vita delle prime formazioni cui ha dato vita, i venticinque anni di Cut e Teatro Sardegna, oggi struttura teatrale d’interesse nazionale, è dipesa in massima parte dal suo lavoro dirigenzial-organizzativo, specialmente per la scelta dei registi che hanno diretto gli spettacoli. La piena realizzazione artistica con Il crogiuolo- Teatro dell’Arco (1983- 2016), allorché invera la sua idea di teatro, struttura stabile, bottega, officina, casa, equipe, civiltà del teatro d’arte indipendente ma anche dello stabile pubblico.

L’Arco, senza la sua direzione, non avrebbe mai raggiunto l’identità di teatro. Intensissima produzione, decine e decine di spettacoli e interventi. La sua poetica ha riguardato i classici del teatro contemporaneo, la dimensione di apprendistato e ricerca data alla frequentazione giovanile dello spazio, le rassegne nazionali e regionali, lo spazio a musica, cinema e mostre. La poesia, l’estetica del fragile del soccombente, l’impegno politico, la sardità, il canto, il tragico, il paese Italia, la drammaturgia del montaggio.

Nella direzione artistica e nelle scelte drammaturgiche impegno culturale e rifiuto del teatro inteso come intrattenimento. 

 

LA FORMAZIONE

Umana prima che artistica. Rispondere nel 1959 all’appello teatrale del giornale per fondare il Cut fu prima di tutto un tentativo di fuga da studi e lavori non congeniali intrapresi fino ad allora, riconquista di qualcosa che s’era fatto prendere dalla vita adulta. Il ragazzo Mario amava letteratura e musica,  padre violinista, madre pianista, ascoltava sinfonie e concerti, cantava e s’incantava, nel  silenzio dei campi veronesi, nello stupore  mistico nelle chiese, nel rifiuto dell’adulto e della vita strumentata… Che c’entrava il teatro, luogo di un chiassoso affaccendarsi che fa a botte con la sua indole?  Non ricorda che cosa lo spinse ad andare a quell’incontro pubblico. Forse il richiamo di un’iniziativa universitaria l’aveva  condotto lassù in Castello, dove peraltro aveva abitato per anni.  Teatro comunque fu. Attore autodidatta, una formazione affidata agli studi classici, alla laurea,  alle passioni letterarie e artistiche. Soprattuto ai personaggi, alle opere amate, che suggerivano scelte drammaturgiche e sceniche,  formavano corpo  e voce. Il resto, i registi, i compagni di scena,  lo spirito del fare compagnia, il fervore amicale. Formazione la stessa vita, infanzia e adolescenza al tempo della guerra, ambiente familiare, luoghi, mondo poetico di un ragazzo solitario, introspettivo, timido, preciso cultore di libri e matite, gracile d’anima e di corpo, “Mariolino”. Clima evocato nei disegni adolescenziali, compagni di solitudine. Disegnava dal vivo o ritraendo le  tavole della Domenica del corriere. Il primo, del 1950, sulla morte del bandito Giuliano, a tredici anni. 

disegno

Disegni riprodotti su un album curato da Mimmo Caruso in occasione degli ottant’anni. Potete sfogliarlo, così come altri frutti del vagabondaggio extra teatrale, nello spazio “Passiamo ad altro”.

E ora

SI RIAPRA IL SIPARIO!

LA TRADIZIONE

Un cenno sulla tradizione teatrale trovata in quel 1959. 

Una tradizione povera. Un teatro dialettale diffuso e un ‘teatro improprio’ fatto di gare poetiche in limba, cerimonie della Settimana Santa, feste popolari rituali; le frequentazioni delle operere liriche e delle opere teatrali esterne, risvolto passivo del tradizionale nomadismo del teatro italiano. Nel ’55 un centro universitario teatrale animato dal poeta Marcello Serra, dall’antropologo Michelangelo Pira e dai fratelli Sanna, con una fugace apparizione di atti unici di O’ Neill e Wilder, aveva anticipato quello successivo del ’59, da cui poi tutto si svilupperà.