Il crogiuolo. Le nozze dei piccolo borghesi, di Brecht

Mario stipula con il regista Francesco Origo, formatosi alla scuola dello Stabile di Genova, un accordo di lavoro di due anni. Nuovo entusiasmo, progresso artistico. Nasce una scuola che frutta nel ’96 “Le nozze dei piccolo borghesi” di Brecht, un prodotto che s’inserisce armoniosamente nella tradizione de Il Crogiuolo: ancora Brecht, ancora apprendistato per gli allievi del Laboratorio sattiano, impegno, antinaturalismo, pedagogia. Origo regista-attore cresciuto nel teatro veritiero, dell’attore, nella tradizione italiana, che non finge, recita davvero, gioca, qui e ora, con gli spettatori. Il cast è quasi interamente formato dai giovani attori del “Borgo”, cui si associano due allievi della scuola. Terminato il sodalizio, numerosi giovani attori del cast seguiranno Origo nell’esperienza della nuova formazione çàjka.

 

LE NOZZE DEI PICCOLO BORGHESI, 1996

Cagliari, Teatro dell’Arco, 6 giugno. Di Bertolt Brecht, regia Francesco Origo, con Mario Faticoni, Rita Atzeri, Roberto Boassa, Valter Cino, Roberto Columbu, Anna Mereu, Gianni Simeone, Barbara Usai, Ilaria Zedda (Carla Loddo), costumi Alessandro Lai, musica Alessandro Olla, scene Marcello Mameli e Francesco Origo, assistenza alla regia Daniela Pettinau.

 

Nota

Un testo giovanile di Brecht, Le nozze dei piccolo borghesi, che bene si attaglia al gruppo di Borgo estatico. Tra ipocrisie e piccoli tradimenti, invidie e ammiccamenti, dimostrazioni di cattivo gusto e scenate familiari, un pranzo di nozze arriva al suo sconcertante finale con la sposa incinta e i mobili e le sedie che si smontano uno dopo l’altro perché maldestramente incollati dallo sposo in vena di risparmi. Metafora geniale del ventenne autore tedesco, già capace di mettere a nudo le contraddizioni di una borghesia piccola e meschina, perbenista di facciata, in una satira rinforzata dal regista che posiziona ai margini della scena due televisori: quando si illuminano, i protagonisti si fermano a guardarli istupiditi, prima di ricominciare i loro inutili vaniloqui. Per Faticoni, Origo ritaglia la parte di un padre rimbecillito e chiacchierone, incapace di immaginare il dramma che si prefigura nel corso della serata o, forse proprio perché a conoscenza di tutto, fintamente disattento. Spettacolo impegnativo per i giovani, chiamati a trovare tempi comici di una scrittura scenica farsesca che “ha rinunciato all’allestimento storico -filologico per renderla più vicina alla loro sensibilità”. Fiducia nei giovani, nella loro capacità “eversiva, nella loro forza generatrice di contrasti, materia prima di ogni buona azione teatrale, l’Arco confermato rara palestra dove ci sia la costante possibilità di vedere crescere all’improvviso l’attore che non ti aspetti. Finalità didattiche convergenti di Mario e Francesco. (V. B.)

1996_Il crogiuolo_Le nozze dei piccolo borghesi_ Bertolt Brecht

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Cagliari_Teatro dell'Arco__Roberto Columbu, Barbara Usai, Gianni Simeone, Anna Mereu, Mario Faticoni, Ilaria Zedda, Walter Cino, Roberto Boassa

 

Il crogiuolo. Lasciami cantare una canzone

Da “Brecht Band” e da “Lettere italiane” a uno spettacolo incentrato sulle canzoni italiane il passo è breve: d’estate, quasi per scherzo, bizzarramente in distonia con la linea nuova, nasce lo spettacolo di maggior fortuna: “Lasciami cantare una canzone-commiato da un secolo, bozzetto canoro tenero e rabbioso”. Due cantanti, Eloisa Deriu e Mario, e un trio strumentale capeggiato da Tore Spano, con un testo che racconta l’Italia attraverso la canzone, costruito anch’esso con un montaggio di materiali, inclusi quelli critici di Mario sul bel paese.

 

LASCIAMI CANTARE UNA CANZONE, 1996

Bugerru, 27 agosto. Bozzetto italiano tenero e rabbioso con canzoni e poesie, commiato da un secolo, di Mario Faticoni, con Mario Faticoni e Eloisa Deriu, il trio Salvatore Spano (pianoforte), Vittorio Sicbaldi (batteria) e Corrado Salis (contrabbasso), luci Lorenzo Perra e Davide Cau, organizzazione Marco Fresi.

 

Nota

Come scrisse Proust, le canzoni popolari, anche le più brutte, raccontano di un paese molto di più di quanto non faccia la musica colta, e nello spettacolo questa massima viene confermata da un andamento brioso che lascia spazio anche a pochi tocchi didattici che inquadrano la produzione canora nostrana sullo sfondo delle vicende politiche e sociali del Paese: nascita della canzone dalla tradizione operistica, napoletana e borghese salottiera delle arie da camera, i primi rivoluzionari del pentagramma, Armando Gill e la generazione degli anni Dieci, la prima guerra mondiale con i suoi scettici blù nei tabarin, la satira di Petrolini con Gastone, le canzoni all’aria aperta, le canzoni della fronda al fascismo, quelle ritmate di derivazione americana, quelle opposte della tradizione melodiosa interpretate dai cantanti lirici, le canzoni del nascente cinema, le canzoni della Resistenza e della ricostruzione post bellica. Per questa avventura Mario attinge da quell’inesauribile serbatoio di talenti che è il Conservatorio musicale di Cagliari. Dalle classi di piazza Porrino arriva così Eloisa Deriu, giovane ventitreenne alla quale la qualifica di allieva sta già stretta. La sua voce brillante e potente le ha infatti regalato una discreta notorietà nell’ambiente jazzistico, insieme al suo trio che anche questa volta la segue sul palco (V.B.)

1996_IL crogiuolo_Lasciami cantare una canzone_Mario Faticoni

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Cagliari_Exmà_Eloisa Deriu, Salvatore Spano, Mario Faticoni, Corrado Salis, Vittorio Sicbaldi

Il crogiuolo. Io, Feuerbach, di Tankred Dorst

In autunno Mario lascia i panni dello chansonnier per indossare di nuovo quelli dell’attore di prosa. L’amico regista Ferraiola ha trovato il testo che fa per lui e Origo lo porta sontuosamente al debutto. “Io Feuerbach” si appaia a “Tragoidia” nella considerazione preferenziale di Mario. Un vecchio attore reduce da sette anni di cura mentale ritenta la carta con un’audizione presso il grande regista Lettau. Ma questo non arriva e quando arriva non lo ascolta. A Feuerbach, lasciato solo, non resta che uscire nuovamente di scena. Con lui, Anna Mereu, Roberto Boassa e Alessandro Olla. Debutto all’Arco, repliche, spettacolo d’inaugurazione del nuovo Teatro Universitario Ersu-Mensana il 18 febbraio 1997. Il ’96 fa in tempo a contenere la rassegna “Amate sponde”, tradizionale tributo ormai alla questione italiana.

IO, FEUERBACH, 1996

Cagliari, Teatro dell’Arco, 12 dicembre. Di Tankred Dorst, regia Francesco Origo, con Mario Faticoni, Roberto Boassa, Anna Mereu, musiche originali Alessandro Olla, assistente alla regia Daniela Pettinau, impianto scenico Davide Cau e Francesco Origo, assistenza tecnica Lorenzo Perra, ufficio stampa Vito Biolchini, organizzazione Marco Fresi.

 

Nota

Il signor Feuerbach

Follia e teatro: un binomio che il drammaturgo tedesco rivisita in maniera originale. Lo spettacolo è sicuramente uno dei meglio riusciti in tutta la storia del Crogiuolo e impegna severamente Faticoni che ancora una volta dà dimostrazione delle sue capacità, soprattutto se messo a confronto con personaggi che sembrano scritti apposta per le sue caratteristiche.

Quello di Origo è un lavoro certosino. Non solo nel suo rapporto con gli attori, ma anche nella costruzione della scena, del piano luci, e fino ai preziosi consigli dati al costumista Alessandro Lai e al musicista di scena Alessandro Olla, “una messa in scena su di giri, fatta di ansia e passione, con un Mario Faticoni davanti a tutte le sue possibilità di attore, Feuerbach nelle sue mille facce: aggredisce il personaggio, lo tormenta e scava nel grottesco, nel poetico, nell’istrionico, sfiorando anche i toni epici, gigione, bugiardo, grandioso, saltimbanco. Si racconta e recita, insulta e umilia l’assistente. In realtà parla per non essere ‘lasciato solo con la sua vita’.” (R. Cossu, L’Unione Sarda)

“Febbrile fabbricatore di parole, Feuerbach trova nel palcoscenico il suo regno, trasforma una sedia in trono, una scatola di cerini in volo di uccelli. Trucchi da circo, forse, ma che fanno balenare la luce della poesia. Finge, si rivela e ancora finge, in un gioco di specchi e di rimandi; ‘non bisogna attaccarsi al testo’, ammonisce, ‘ma lasciarlo venir fuori attraverso il corpo dell’attore, svuotato di ogni sapere, di ogni precedente conoscenza, come una esperienza medianica…’. Il ruolo, ricco di spunti ambivalenti, in bilico tra il tono grottesco e quello lirico, è per un attore un vero ‘boccone prelibato, che Mario Faticoni assapora con passione e fa gustare al pubblico.” (R. Sanna, La Nuova Sardegna)

“In Io, Feuerbach c’è forse la metafora di una compagnia che ancora oggi è alla ricerca costante di una teatralità nuova. Protagonista di uno spettacolo che ha dimostrato tutte le sue qualità interpretative, Faticoni si ostina a voler cambiare rotta non appena questa si manifesta con chiarezza. È una specie di Ulisse all’incontrario: pensa ad Itaca ma sfrutta ogni occasione per ritardare il ritorno. La stabilità tanto agognata è solo una chimera, meglio la lotta, l’ignoto artistico, capace di riservare sorprese.” (V. Biolchini)

 

1996_Il crogiuolo-Io Feuerbach_Tankred Dorst

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Cagliari_Teatro dell'Arco_Mario Faticoni