Cts. Di Schwejk, il buon soldato, da Hasek
L’alternanza colto-popolare avviene nello stesso anno. In Di Schwejk, il buon soldato, tratto dal romanzo di Hasek, la regia di Mazzoni esalta la comicità del capolavoro, il bonario mercante di cani strappato alle pacifiche occupazioni e mandato a combattere per l’Impero austro-ungarico nella prima guerra mondiale. Disinvolta e divertita versatilità degli attori, fra cui il protagonista Cesare Saliu; e grande prova dello scenografo costumista Gianni Garbati (nota1).

Nota1
“Schwejk eroe sovranazionale, campione di pacifismo e antimilitarismo, simbolo dei diritti dell’uomo contro ogni usurpazione dittatoriale; preso nel vortice di avvenimenti che vanno oltre le sue capacità di comprensione, Schwejk si destreggia con un misto di ingenuità e furbizia; obbediente alla lettera agli ordini impartitigli, porta all’assurdo e dissolve nel ridicolo ogni autorità”.

Cts. Funtanaruja da Lope de Vega, Brecht, Sole
Tratto da Lope de Vega e da Brecht, con parte del testo nel logudorese di Leonardo Sole, adattamento e regia di Parodi, va in scena al Civico di Sassari in agosto. La rivolta contro il tiranno descritta da Lope de Vega in “Fuenteovejuna” assume i suoni della lingua sarda, con tutte le allusioni che ciò comporta per un popolo che ha subito una lunga dominazione spagnola. Nell’impianto di respiro classico risaltano la prosa lucida e sinteticamente allusiva del Brecht dei sovrani e gli sbalzi ritmici impressi da Parodi nella contaminazione. Il nucleo tradizionale di attori è rinforzato da Ludovica Modugno e Gigi Angelillo (nota2).

Cast


Nota2
L’incontro con Leonardo conferisce corposità alle disperse intuizioni che hanno portato finora a fare drammaturgia sarda. La lingua elaborata da Sole affascina i pubblici di una quindicina di località toscane, pugliesi e calabresi quando lo spettacolo varca il Tirreno ai primi del 1981.
Dopo il convegno di Sassari, il filo è diventato diretto, e il progetto è “mettere l’etnia sarda nel linguaggio della messa in scena”, come ha sintetizzato Gigi Livio al convegno sassarese. Il problema deve uscire dalle secche intellettuali per diventare artistico ed investire il lavoro di palcoscenico e regia. Tre momenti di lavoro seminariale tra il gruppo, Sole in qualità di esperto della comunicazione e della lingua sarda, e registi disponibili ad arricchire ciascuno la propria poetica con i segni di una cultura diversa. Fra i materiali, il primo è l’opera di Lope affidata a Parodi.
Lo spettacolo – scrive Parodi – mi consente di sviluppare l’ipotesi drammaturgica del conflitto linguistico come segno primario della lotta di classe. La lingua parlata dai contadini di Funtanaruja si contrappone in tutta la sua violenza al codice linguistico che i dominatori spagnoli vorrebbero imporre insieme all’egemonia delle armi. Si spiega così l’adozione di un triplice piano linguistico, che ha il suo referente visivo nei tre piani scenografici secondo i quali è scandita l’azione. La lingua parlata da Fernando D’Aragona e da Isabella di Castiglia è una lingua aulica, proiettata in un nulla temporale, e i due sovrani sono su due alte torri, in un orgoglioso e funebre isolamento. Il linguaggio di feudatari e vassalli è quello del “Siglo de Oro”, con tutto il suo carico barocco, lingua di colonizzatori, parlata su un piano rialzato. Sull’umile piano del palcoscenico ha diritto di agire il popolo, che parla la lingua “logudorese”, restituita, grazie all’illuminato lavoro di Sole, in tutto il suo splendore semantico, con un senso di orgogliosa e rabbiosa rivendicazione del proprio patrimonio culturale”.
Per Sole il lavoro ha una chiara connotazione politica (…) come dev’essere un’opera scritta in sardo, in un momento in cui proprio la lingua diventa uno strumento di consapevolezza politica e di rivendicazione della propria identità negata (…) Sul piano linguistico (…) i personaggi intermedi pagano lo scotto della loro disponibilità ad assimilarsi acriticamente al potere: Flores parla la lingua dei servi, una mistura, Mincidu invece è il popolano saggio che rivela a pieno la sua straordinaria forza morale, valore collettivo, come Nannedda, evoluzione della Giacinta di Lope, in cui la violenza fisica diventa coscienza politica. Le donne hanno un ruolo fondamentale.
Oltremare, la lingua sarda affascina: “Non ci si può sottrarre alla suggestione derivante dalla insolita musica rude e calma insieme che le parole in logudorese vanno costruendo anche al di là dei canti veri e propri…”. Un critico autorevole, Poesio de la Nazione, loda “lo splendore semantico del logudorese”. Faticoni: “Me ne riempio le orecchie anch’io, in quinta, nelle pause dell’impegno scenico, all’ascolto delle battute di Cesare e Isella, Mincidu e Nannedda, e delle reazioni del pubblico”.

Cts. Funtanaruja progetto di una svolta aziendale
È anche una svolta aziendale. Onorato il compito di chi da sinistra si fosse messo a fare teatro undici anni prima in una regione sprovvista di strutture teatrali, lavorare intorno a quello che c’era da fare non a misura delle proprie possibilità ma a misura delle necessità del contesto sociale in cui ci si trovava, sostituendosi alla classe politica nel suscitare dibattito, interesse, promozione del fatto teatrale, ora si tende a una professionalità anche economica, non più soltanto politica, un ingresso e una permanenza regolare nel sistema teatrale nazionale. Attese in parte deluse: solo una quindicina le località oltremare.

Cts. Termina la sperimentazione sulla drammaturgia sarda
Con “Funtanaruja” si chiude una fase di sperimentazione sulla drammaturgia sarda durata sette anni. Sul suo significato, sui suoi diversi aspetti e sulle reazioni suscitate, così come in generale sul tema generale del teatro sardo, in lingua o no, il discorso rimane interrotto. Certamente quella sperimentazione corrispose genuinamente alle aspettative della società sarda d’allora.